Poesia in siciliano del dopoguerra
di Marco Scalabrino
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PARTE PRIMA
ALESSIO DI GIOVANNI
& DEL RINNOVAMENTO DELLA POESIA DIALETTALE SICILIANA
Nel 1946, alla scomparsa di Alessio Di Giovanni, “quel primo nucleo di poeti che comprendeva le voci più impegnate dell’Isola prese il nome del Maestro e si denominò Gruppo Alessio Di Giovanni”.
Alessio Di Giovanni nasce a Cianciana (AG) l’11 ottobre nel 1872. Terminate le scuole elementari, nel 1884 segue la propria famiglia a Palermo, dove è avviato alla carriera ecclesiastica. Dopo circa otto “anni dolorosi” trascorsi alla Cappella Palatina non sentendosi affatto vocato al ministero sacerdotale, abbandona e si dedica al giornalismo.
“Precipitate le sorti della famiglia” il padre, Gaetano (che fu studioso di storia locale e del folklore nonché collaboratore di Giuseppe Pitrè), si trasferisce a Noto per intraprendere la professione di notaio; Alessio Di Giovanni continua gli studi. A Noto sposa nel 1895 Caterina Leonardi, comincia a scrivere, a entrare in contatti con riviste, autori ed editori. Dall’autunno del 1903 e fino al settembre 1904, Alessio Di Giovanni – già apprezzato in quell’ambiente culturale perché il settimanale peloritano “Il Marchesino” diretto da Alessio Valore ha pubblicato parecchi suoi lavori – abita a Messina, dove è andato “in cerca di un tozzo di pane” e insegna Italiano.
In proposito, dalla “Corrispondenza” tra Silvio Cucinotta e Alessio Di Giovanni, apprendiamo che solamente in data 31 dicembre 1903 Alessio Di Giovanni ottiene l’abilitazione definitiva all’insegnamento della lingua italiana nelle Scuole Tecniche, con assegnazione alla “Scinà” di Palermo. Dal 1904 e fino alla morte Alessio Di Giovanni abita, in vari alloggi ed indirizzi, a Palermo, tranne che per le guerre, per le malattie e, naturalmente, per le vacanze estive: “Non vedo l’ora che fuggano questi due mesi di scuola – annota Alessio Di Giovanni nella "Corrispondenza"– perché io possa volare di nuovo in Valplatani”.
Il nome Valplatani venne creato da Alessio Di Giovanni per indicare con un unico termine “quella grandiosa distesa di latifondi che, attraversata in parte dal fiume Platani, muove dal Monte delle Rose da un lato e dall’altro dai picchi di Caltabellotta e va a finire al mare di Sciacca.”
A Palermo pubblica le sue opere e nascono i suoi figli (Caterina Leonardi e Alessio Di Giovanni ebbero sette figli, malgrado il proposito di lui di mettere punto dopo il quarto).
Non bastassero guerra e malattie ci si mettono anche “Il vaiolo [che] è all’ordine del giorno” e una “terribile epidemia”, rispettivamente da lui registrate l’8 dicembre 1911 e il 28 Novembre 1918. Quest’ultima fu la devastante pandemia del 1918-19, nota col nome di “febbre spagnola”, che provocò nel mondo quindici milioni di decessi.
Esordisce nel 1896 con la silloge Maju sicilianu, cui seguono, tra i lavori più importanti, Lu fattu di Bbissana e Fatuzzi razziusi, nel 1900, e quindi A lu passu di Giurgenti (1902), Cristu (1905), Lu puvireddu amurusu (1907), Il poema di padre Luca (1935), e Voci del feudo (1938). Scrive anche opere di teatro dialettale siciliano, tra le quali Scunciuru (1908), Gabrieli lu carusu (1910), e di narrativa dialettale: La morti di lu Patriarca (1920); La racina di Sant'Antoni (1939) e, postumo, Lu saracinu.
Assai noto in vita sia in Italia che all’estero, collaboratore di numerose riviste e, per inciso, il primo ad avere scritto un romanzo in dialetto siciliano, da ritenere uno dei maggiori poeti siciliani, Alessio Di Giovanni morì a Palermo il 6 dicembre 1946.
Aldo Grienti, che una domenica di Gennaio del 1945 andò a far visita al “venerabile Maestro” e ne pubblicò sul periodico catanese “Torcia a ventu” il resoconto, così lo descrive: “Di statura piuttosto bassa, indossava una giacca scura e un berretto chiaro. Sembrava un vecchio turista dalla barbetta bianca che dolcemente si confondeva con il roseo delicato della sua carnagione, gli occhi profondi assenti ma non spenti.”
Alla sua scomparsa, per ricollegarci al passo di apertura fornitoci da Paolo Messina, “quel primo nucleo di poeti che comprendeva le voci più impegnate dell’Isola prese il nome del Maestro e si denominò Gruppo Alessio Di Giovanni. Occorre però dire che non ci fu un manifesto, né l’ausilio di un apparato critico, né un riscontro adeguato sulla stampa”.
“C’è un solo modo di scrivere il siciliano – appunta Paolo Messina – ed è quello che stiamo sperimentando qui, dopo la lezione di Alessio Di Giovanni, di scrupolo filologico: una scrittura improntata all’etimo e alla consuetudine letteraria”, e indicò nel romanzo dialettale Alessio Di Giovanni La racina di Sant’Antoni, del 1939, il modello linguistico da adottare. La racina di Sant’Antoni, opera con la quale Alessio Di Giovanni, dopo la svolta del 1905 in cui come egli amò testualmente dire “passa dal vernacolo al dialetto”, supera definitivamente la fase fonografista; fase che pure Di Giovanni praticò soltanto per una breve stagione giovanile e alla quale mai più fece ritorno.
Il Gruppo si denominò dunque Alessio Di Giovanni, ma non trattò, come lui, delle “voci del feudo” né dei derelitti di solfara, non professò alcun francescanesimo o sentimento religioso, non si rifece al Verismo ormai posto in archivio, né si riconobbe nel Felibrismo (il movimento promosso da Federico Mistral teso ad impedire l’estinzione del provenzale e delle parlate occitane e far sorgere una nuova letteratura, ispirata alla poesia popolare e alla lirica trovadorica) del quale Di Giovanni fu su designazione dello stesso Mistral “ambasciatore” in Sicilia.
La guerra, con tutto il suo funesto bagaglio di rovine, aveva stravolto la realtà e, con essa, la letteratura siciliana e la poesia dialettale. Ecco allora l’esigenza di porsi in maniera nuova al cospetto di essa e la nascita, nel 1945, su queste basilari premesse, del movimento di rinnovamento della poesia dialettale siciliana, specie – come vedremo – a Palermo e a Catania.
Composto, osserva Salvatore Di Marco, “da poeti di generazioni differenziate, ma tutti animati tutti dal proposito comune di svecchiare, nel linguaggio, nello stile, nei contenuti, la poesia dialettale siciliana”, il Gruppo non fu un corpo unico, una orchestra che ha eseguito un identico spartito, una scuola poetica (Giorgio Santangelo parlò di “nuova scuola poetica siciliana” con riferimento alla
La circostanza è peraltro testimoniata dagli stessi protagonisti. Pietro Tamburello: “sappiamo tutti dove andare, ma non siamo concordi sulla via da seguire”, e Paolo Messina, che pure attribuisce al Gruppo Alessio Di Giovanni l’adozione di un “indirizzo generalizzato sul problema dell’unità linguistica siciliana”, considera che “il Gruppo non si configurò in chiave di omogeneità”, l’”univocità di intenti” fu pronunciata con “voci diverse”. Di “Alessio Di Giovanni – prosegue – avevamo adottato il rigore formale della scrittura e per quanto riguarda le poetiche scegliemmo l’onda della poesia europea più avanzata, specie quella francese, con una certa propensione per il surrealismo, la poesia pura e il verso libero”.
Il Gruppo allora incarna, nella formulazione all’epoca attualizzata, quel “poeta nuovo” che Alessio Di Giovanni agogna nel suo saggio Saru Platania e la poesia dialettale in Sicilia del 1896. Ed è questo pertanto, in sintesi, il filo che annoda Alessio Di Giovanni e gli esponenti della stagione dell’ultimo dopoguerra appellata “Rinnovamento della Poesia Dialettale Siciliana”.
Abbiamo la data dell’inizio del movimento rinnovatore. Ce ne informa Paolo Messina, nel suo pezzo pubblicato nel Febbraio 1988 a Palermo sul numero zero del rinato “Po’ t’ù cuntu”: quella del Primo raduno di poesia siciliana svoltosi a Catania il 27 ottobre 1945.
“L’innovatore – afferma, nel numero di Gennaio-Febbraio 1989 di Arte e Folklore di Sicilia di Catania, Salvatore Camilleri – fu Paolo Messina”. “Aldo Grienti – ribadisce il Camilleri nel Manifesto della nuova poesia siciliana, edito in Catania nel 1989 – fu il primo a leggere, nel 1947, le poesie di rottura di Paolo Messina, avendole pubblicate nella rubrica da lui curata”. E in un articolo datato 3 aprile 1986 su La Sicilia di Catania, Paolo Messina puntualizza: “Aldo Grienti non esitò a pubblicare sui fogli letterari catanesi Torcia a ventu e La Sorgiva (1946-1947) i primissimi esiti artistici che avrebbero rivoluzionato il modo di poetare in Sicilia. E non inganni la modestia tipografica di quelle pubblicazioni, poiché dalle loro pagine provinciali i testi più significativi dovevano confluire, nel volgere di pochi anni, sulla più qualificata rivista romana Il Belli diretta da Mario Dell’Arco e curata da Pier Paolo Pasolini”.
Ma cosa è stato il rinnovamento? Chi ne costituì il movimento? Quale ne fu il programma? In sostanza, di che si tratta?
“Tra la fine del ’43 e l’inizio del ’44 – scrive Paolo Messina nel saggio La nuova scuola poetica siciliana, del 1985 – la guerra continuava, e doveva continuare ancora per un anno. Risaliva la penisola, e in Sicilia per primi avevamo respirato, l’acre pungente ciauru della libertà, mentre il quadro prospettico del mondo già mutava radicalmente. Da qui l’esigenza di rifondare non solo la società civile, ma anche il linguaggio”.
A Palermo, prima che terminasse il 1943, Federico De Maria venne a trovarsi a capo di un nucleo di giovani poeti dialettali: Ugo Ammannato, Miano Conti, Paolo Messina, Nino Orsini, Pietro Tamburello, Gianni Varvaro e, nell’ottobre 1944, venne fondata la Società degli Scrittori e Artisti di Sicilia, che ebbe sede nell’Aula Gialla del Politeama e, in primavera, all’aperto, nei giardini della Palazzina Cinese alla Favorita.
Sul versante ionico peraltro, nella Catania del ’44, il gruppo di cui Salvatore Camilleri era l’animatore: Mario Biondi (nella cui sala da toeletta di via Prefettura si tenevano gli incontri diurni, mentre di sera li attendeva il salotto di Pietro Guido Cesareo in via Vittorio Emanuele 305), Enzo D’Agata, Mario Gori ed altri già appartenenti all’Unione Amici del Dialetto, si ribattezzò (dietro suggerimento di Mario Biondi) Trinacrismo, movimento i cui principi vennero illustrati in un articolo di Salvatore Camilleri apparso su Il Manifesto di Bari nel febbraio 1946.
“Il dialetto – dichiara Paolo Messina nel citato saggio La nuova scuola poetica siciliana – era per noi un modo concreto di rompere con la tradizione letteraria nazionale. Naturalmente, eravamo consapevoli dei rischi dell’opzione dialettale, che se da un lato ci portava alla suggestione della pronunzia, dall’altro restringeva alla Sicilia il cerchio della diffusione e della attenzione critica. Ma in compenso ponevamo l’accento sull’ispirazione popolare del nostro fare poesia, che doveva farci cantare con il popolo che per noi era quello siciliano, come siciliano era il nostro punto di vista sulla nuova società letteraria nazionale. Ed ecco la nozione dell’impegno (che non ammette – preciserà in altra occasione – alcuna dipendenza politica, ma punta direttamente sull’uomo e sulla lotta dell’uomo per uscire da una condizione disumana), impegno inteso come partecipazione, anche coi nostri atti di poesia, alla costruzione di una società libera e giusta, cosciente ormai di potere progredire solo nella pace e nella concordia fra i popoli”.
“Il dialetto – riprende sul pezzo in memoria di Aldo Grienti, apparso nel Febbraio 1988 a Palermo sul numero zero di quello che fu l’effimero ritorno del Po’ t’ù cuntu – non era più portatore di “cultura subalterna”, ma si era innalzato alla ricerca di “contenuti” (e quindi di forme) su più vasti orizzonti di pensiero. Sicché la poesia siciliana toccava il punto di non ritorno, aboliva ogni pregiudiziale etnografica pur restando (linguisticamente) siciliana”.
“I maestri preferimmo andarceli a cercare altrove e ricordo che si parlava molto della poesia francese, da Baudelaire a Valéry, e delle avanguardie europee. Circolava di mano in mano un vecchissimo volumetto delle Fleurs du mal, che credo fosse di Pietro Tamburello, il più informato fra noi sulla poesia straniera”.
“Un poeta, noi pensiamo – aveva detto tra l’altro in Museo etnografico (un pezzo non firmato del 31 Maggio 1954 ma, sostiene Salvatore Camilleri, sicuramente di) Pietro Tamburello – comunica coi mezzi che egli crede esteticamente più idonei alla liberazione del canto. Noi vagheggiamo un ideale museo ove riporre definitivamente i tardi epigoni del Meli e dello Scimonelli, i rapsodi d’un inverosimile mondo pastorale, i beati menestrelli di una Sicilia convenzionale e manierata e tante brave persone che professano critica letteraria e non sanno distinguere fra la melensa faciloneria dei loro compagni di museo e la consapevolezza di chi affida al linguaggio del focolare i propri sentimenti, il suo pensiero e le sue fantasie, solo per una esigenza spirituale che si può discutere ma non ignorare. In questo museo delle idee sbagliate non può mancare quella di chi considera il poeta siciliano un complemento del folklore locale, quasi una curiosità paesana da offrire ai visitatori insieme al carrettino, alla brocchetta e al paladino di Francia impennacchiato”.
“Io – soppesa Salvatore Camilleri – intendevo rinnovare la poesia dall’interno, per evoluzione spontanea del siciliano, attraverso le fasi ineluttabili del processo di sviluppo linguistico; Paolo Messina pensava di dare subito un taglio netto al passato, e lo diede. Il motivo dei nostri diversi atteggiamenti sta nel fatto che io avevo prima letto Croce e poi i simbolisti, Paolo aveva letto prima i simbolisti, poi Croce”.
Nell’articolo titolato La civilità dei caffè, proposto nel febbraio 1988 a Palermo sul numero zero del nuovo Po’ t’ù cuntu, Salvatore Di Marco registra: “Negli anni Cinquanta c’era a Palermo, in via Roma quasi all’altezza dell’incrocio con il Corso Vittorio Emanuele, uno dei caffè Caflish. Al piano superiore, una saletta con sedie e tavolini. Ebbene, in quel luogo e per anni – sicuramente dal 1954 al 1958 – nella mattinata di tutte le domeniche si riunivano i poeti del Gruppo Alessio Di Giovanni. Frequentatori erano, oltre a chi scrive, Ugo Ammannato, Pietro Tamburello, Miano Conti, Gianni Varvaro e altri. Vi arrivavano spesso Ignazio Buttitta da Bagheria, Elvezio Petix da Casteldaccia, Antonino Cremona da Agrigento, e da Catania Carmelo Molino e Salvatore Di Pietro: insomma, i personaggi più significativi allora della nuova poesia siciliana. In quegli incontri si leggevano poesie, si parlava del dialetto siciliano, si discuteva di letteratura e di politica”.
Nel 1957 Aldo Grienti e Carmelo Molino furono i curatori dell’antologia Poeti siciliani d’oggi, Reina Editore, a Catania. Con introduzione e note critiche di Antonio Corsaro, essa raccoglie, in rigoroso ordine alfabetico, una qualificata selezione dei testi di 17 autori: Ugo Ammannato, Saro Bottino, Ignazio Buttitta, Miano Conti, Antonino Cremona, Salvatore Di Marco, Salvatore Di Pietro, Girolamo Ferlito, Aldo Grienti, Paolo Messina, Carmelo Molino, Stefania Montalbano, Nino Orsini, Ildebrando Patamia, Pietro Tamburello, Francesco Vaccaielli e Gianni Varvaro. Ma già prima, nel 1955, con la prefazione di Giovanni Vaccarella, aveva visto la luce a Palermo l’antologia Poesia dialettale in Sicilia. Protagonisti il Gruppo Alessio Di Giovanni: U. Ammannato, I. Buttitta, M. Conti, Salvatore Equizzi, A. Grienti, P. Messina, C. Molino, N. Orsini e P. Tamburello. Le due sillogi, che ebbero al tempo eco nazionale (una recensione a cura di Paolo Messina apparve in data 21 maggio 1955 su Il Contemporaneo di Roma) e tuttora sono ben note agli appassionati, sono state antesignane del rinnovamento della poesia dialettale siciliana.
“Oggi la poesia dialettale – scrive tra l’altro Giovanni Vaccarella nella prefazione a Poesia dialettale di Sicilia – è poesia di cose e non di parole, è poesia universale e non regionalistica, è poesia di consistenza e non di evanescenza. Lontana dal canto spiegato e dalla rimeria patetica, guadagna in scavazione interiore quel che perde in effusione. Le parole mancano di esteriore dolcezza e non sono ricercate né preziose: niente miele e tutta pietra. Il lettore di questa poesia è pregato di credere che nei veri poeti la oscurità non è speculazione, ma risultato di un processo di pene espressive, che porta con sé il segreto peso dello sforzo contro il facile, contro l’ovvio. Perché la poesia non è fatta soltanto di spontaneità e di immediatezza, ma di disciplina. La più autentica poesia dei nostri giorni è scritta in una lingua che parte dallo stato primordiale del dialetto per scrostarsi degli orpelli e della patina che i secoli hanno accomunato, per sletteralizzarsi e assumere quella condizione di nudità, che è la sigla dei grandi”.
“I dialettali – osserva Antonio Corsaro, in prefazione a Poeti siciliani d’oggi – non sono mai stati estranei alle vicende della cultura nazionale, anche se, disuguale è il loro piano di risonanza. Nell’ambito di una lingua, per dire, ufficiale, che assorbe e trasmette tutte le vibrazioni di un’epoca, il dialetto si presenta come una fuga regionale. Ma in un periodo come il nostro che nella poesia ha versato l’essenza umbratile e segreta dello spirito attraverso un linguaggio puro da ogni intenzione oratoria, i poeti dialettali si trovano nella identica situazione dei loro compagni in lingua, senza che neppure la difficoltà del mezzo espressivo costituisca ormai una ragione valida di isolamento. Tanto più che i nostri lirici in dialetto sono già arrivati a un tal segno di purezza e a una tale esperienza tecnica da non avere nulla da perdere nel confronto con i lirici in lingua. Anzi, in un certo senso, i dialettali ne vengono avvantaggiati per l’uso che possono fare di una lingua meno logora, attingendola alle sorgenti che l’usura letteraria suole meglio rispettare”.
Nel 1959, nel saggio titolato Alla ricerca del linguaggio, Salvatore Camilleri considera: “Si cerca di restituire alla parola una sua originaria verginità fatta di senso e di suono, di colore e di segno, ricca di polivalenze. È una continua ricerca di esperienze formali, in cui l’analogia gioca la parte principale nel creare situazioni liriche e contatti tra evidenze lontanissime. Qualcosa si è fatto veramente poesia, poesia siciliana, cioè sentita ed espressa sicilianamente, con immagini siciliane oltre che con parole. Il fatto strano, fuori dalla logica progressione delle cose, è che la rivolta è nata di colpo, sulle esperienze altrui (italiana, francese etc.) e non sull’esperienza siciliana”. E puntualizza: “La parola, nel contesto poetico, liberata dalle sue incrostazioni, ha perduto parte del suo significato semantico, acquistandone uno meno deciso, legato alla sua posizione, logica e fonica: quello analogico, l’immagine si è liberata dall’oggetto, risolvendosi nel simbolo, senza però mai sganciare la realtà dall’ordine oggettivo, l’aggettivazione ha subito una stretta e diviene ricerca e approfondimento del lessico, [si tende] ad umanizzare gli oggetti, dando ad essi le emozioni degli uomini, a trasfigurare la realtà e trascenderla sempre”.
Poeti siciliani d’oggi fu il libro – asserisce in seguito lo stesso Camilleri, in prefazione a Poeti siciliani comtemporanei del 1979 – che mise definitivamente una pietra sul passato. Le idee si erano fatta strada, avevano raggiunto i poeti in ogni angolo della Sicilia, anche i più solitari, i meno propensi a mutar pelle, e li avevano costretti a ragionare. Da questo travaglio, dai più avanzati che volevano romperla totalmente con il passato, ai moderati che volevano innestare le nuove idee nell’albero della tradizione, nacque la poesia siciliana moderna, anche grazie alla conoscenza che i più ebbero del simbolismo francese e dell’ermetismo italiano”.
Il Rinnovamento della poesia dialettale siciliana, la stagione tra il 1945 e la seconda metà circa degli anni Cinquanta (l’ultima manifestazione pubblica del Gruppo – asserisce Salvatore Di Marco – si svolse nell’anno 1958 presso il Circolo di Cultura di Palermo, diretto da Lucio Lombardo Radice, che promosse un incontro sulle correnti contemporanee della poesia siciliana), stagione segnata dal movimento di giovani poeti dialettali palermitani e catanesi, fu rinnovamento fondato sui testi e non sugli oziosi proclami, sugli esiti artistici individuali e non su qualche manifesto.
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PARTE SECONDA
PAOLO MESSINA
E ROSA FRESCA AULENTISSIMA
“Avia vint’anni quannu mi nnamurai d’a puisia. Fici a guerra vulannu pi sti mari mari e avennu liggiutu (‘n tidiscu) u Faust di Goethe e i Reisebilder di Heine, picchì m’i mpristò Heinz, un amicu pilota d’a Luftwaffe. È curiusu, però, c’ô primu antifascista ca ncuntrai fu un picciottu tidiscu e mi dicia: Ohne Freiheit, keine Dichtkunst: senza libirtà, nenti puisia. Abbasta, comu m’arricampai (dicèmmiru 1943) cca c’eranu l’Amiricani e la libertà. E fami. A genti, pi manciari, si vinnia “tavuli e trispita”, fiuramuni i libra: vecchi, sfardati, ammunziddati ‘n terra: e iu piscava dda menzu. Accussì mi capitò ‘n manu pi cumminazioni Mallarmé (‘n francisi sta vota), e chi fu: tuttu nsemi iu mi fici scenti di dda frasi di Heinz: d’a libertà d’essiri pueti, artisti, patruna di sdirrupari un munnu c’un ni piaci e nvintarinni unu a nostru piaciri. Mi mancava però a lingua. U talianu era scumunicatu, grèviu o ritoricu, sunava fausu. Anzina a quannu un mi ficiru a canusciri (autunnu, nvernu d’u 44) na maniata di pueti ca ricitavanu versi ‘n sicilianu ni l’Aula Gialla d’u Pulitiama di Palermu. Accussì fu c’a ntisi, ma comu si fussi a prima vota, sta lingua siciliana. Pricisa, nova, pi mia, comu s’avissi nasciutu ora ora”.
Così Paolo Messina, in Puisia siciliana e critica, che altresì attesta: “A nostra puisia canciò strata picchì si livò u tistali d’i tradizioni pupulari” e, in La nuova scuola poetica siciliana, proemio al suo volume di poesie siciliane Rosa fresca aulentissima del 1985: “Il dialetto era per noi un modo concreto di rompere la tradizione letteraria nazionale”.
E del Gruppo Alessio Di Giovanni (del quale si è già detto nel primo di questa serie di saggi) egli enuncia i tre capisaldi programmatici:
1) L’elaborazione e l’adozione di una koiné siciliana;
2) La libertà metrica e sintattica a vantaggio della forza espressiva ma in una rigorosa compagine concettuale e musicale (di valori fonici, timbrici e ritmici);
3) L’unità di pensiero, linguaggio e realtà (che doveva o avrebbe dovuto garantirci una visione prospettica siciliana della vita e dell’arte).
Poeti siciliani d’oggi, del 1957 – asserisce Salvatore Camilleri – mise definitivamente una pietra sul passato. Paolo Messina vi è presente con quattro componimenti: Aspetti d’essiri iu, Rispiru d’un ciuri, Arbulu, Primu di maiu. Antonio Corsaro così si pronuncia: “Paolo Messina risolve i problemi di natura più strettamente sociale scaturirti dalla situazione postbellica e le rivendicazioni di un ambiente mal retribuito in una lirica sofferenza, piena di umana verità. L’esercizio della critica aiuta anche lui a liberare il verso da ogni retorica e conferirgli quell’equilibrio che è prova di onestà estetica. [Egli] fiuta in questa sua terra tutta siciliana la parola schietta, ama innesti imprevedibili, al fatto quotidiano o al costume sovrappone una cultura di buona lega. Ma è nella visione, in certa magia di rapporti che la sua sensibilità si conquista il posto migliore.
La stagione del Rinnovamento della poesia dialettale siciliana, tra il 1945 e la metà circa degli anni Cinquanta, fu fondata sugli esiti artistici e non sugli oziosi proclami. La Storia, è assodato, non è fatta coi se e coi ma. Ma se alcuni anni dopo, su quelle ceneri evidentemente non ancora del tutto spente, fosse stato portato a compimento, come del resto per qualche tempo nel 1968 fu nell’aria, il progetto di una nuova Rivista della quale Paolo Messina era stato incaricato di assumere la direzione, chissà …
Riportiamo, di seguito, larghi estratti dell’editoriale (inedito) del primo numero di Koiné della Nuova Poesia Siciliana, rivista che avrebbe dovuto promuovere studi intorno alla storia e alla critica della poesia siciliana, il cui debutto avrebbe dovuto registrarsi a Palermo, nei mesi di Maggio-Giugno 1969. Appunta Paolo Messina: “Intorno agli anni Cinquanta, a cura di un gruppo di poeti dialettali siciliani (il Gruppo Alessio Di Giovanni), usciva un opuscolo fuori commercio contenente alcune liriche aggiornatissime che avrebbero dovuto siglare, nelle intenzioni almeno del prefatore, una svolta in senso letterario di quelle attitudini metriche e velleità federiciane. E poiché alcuni di noi fummo del gruppo che, occorre dirlo, non si configurò in chiave di omogeneità né di agguerrita faziosità intellettuale, tornando a un simile approdo con il carico di personali e complesse esperienze culturali, traumatizzati dall’arida melopea della società dei consumi, pur affidando quell’episodio ai flutti obliosi dell’emerografia locale, non possiamo più oggi prescindere da un impegno nel presente storico, il che introduce inevitabilmente rischi, azzardi e responsabilità, ma postula innanzitutto l’aperta condanna di ogni ipocrisia intellettuale e l’adozione del poetare come espressione di un più alto grado di libertà. Può a tutta prima sembrare una richiesta eccessiva per una poesia che la tradizione critica e letteraria continua a definire dialettale nel senso di un suo peculiare carattere di minorità, ma la questione va oggi posta in termini di scelta motivata: o dal bisogno quasi fisiologico di un canto purchessia (e ciò sarebbe un ricadere nel cono d’ombra della tradizione folklorica), oppure dall’esigenza di uscire dal soffocante amplesso dello sperimentalismo postosi ormai come unico elemento strutturale della poesia. Esiste un’ampia copertura di legittimità critica e di formali adesioni letterarie in favore della seconda motivazione: il dialetto come alternativa semantica alla caduta di potenziale espressivo della lingua e della letteratura ufficiali. L’urgenza espressiva del dialetto puro (come negli idiomi dei popoli giovani) tende a capovolgere i rapporti con la lingua illustre e ci appare oggi su posizioni più autenticamente rivoluzionarie rispetto ai logori, stereotipati moduli dell’ufficialità letteraria. Ancora meglio se questa urgenza possiamo verificarla nel dialetto siciliano, erede di quel volgare che Dante non reputò ‘degno dell’onore di preferenza perché non si proferisce senza una certa strascicatezza’ e che tuttavia prestò la sua compatta orditura all’esercizio stilistico di Jacopo da Lentini, la sua potenza evocatrice all’approdo veristico del Verga, la sua costante di umanità alla cultura mitteleuropea del Pirandello. Una koiné che implichi poeti e poetiche in un discorso o azione comune che, proprio nell’humus di secolari stratificazioni culturali, per la profonda analogia dei fulcri semantici nel mondo contemporaneo, si spoglia di ogni pregiudizio esoterico e riacquista il volto dimenticato dell’uomo”.
Rosa fresca, aulentissima, Poesie Siciliane, volume impresso a Palermo in 300 copie, è del 1985:ventidue testi in scrupoloso ordine cronologico, tra il 1945 e il 1955, senza versione in Italiano, né note né glossario, nel complesso poco più di duecento versi, con accenti tonici per favorirne la lettura.
A la Sicilia. 1945. È un sonetto.
Paolo Messina avrà per tutta la vita lunga frequentazione e dimestichezza con il sonetto. Nel suo saggio L’essere della poesia del 1990 egli annota: “la mia idea del sonetto come limite infinito della poesia, non solo in quanto metafora del poetare, bensì e più propriamente come struttura essenziale di ogni atto di poesia. Idea fondata sulla diretta esperienza, da una parte, e sulla riflessione estetica dall’altra, talché poi comporre un sonetto e intravederne la possibile perfezione poietica (il suo poter essere ‘bello e razionale’) diventano un atto solo. Obiezione corrente alla moderna, attuale praticabilità del sonetto è quella relativa alla forte restriction métrique ch’esso comporta: restrizione che impedirebbe un libero o più agevole approccio alla poesia. È invece proprio la rigorosa determinazione formale, una ‘porta stretta’, anzi chiusa, ciò che tenta (o dovrebbe tentare) ogni spirito avventuroso, il quale dovrà inventarsene la chiave, trovarla nella sua audacia intellettuale e nella sua forza d’animo, poiché, non appena avrà spalancato questa porta, egli sarà colto dalle vertigini, trovandosi improvvisamente a sporgersi sugli infiniti paesaggi dell’essere della poesia, quando scende a sostanziare le cose, ciò che ne conferma il fondamento ontologico. Sicché il limite (la limitazione formale), l’uomo e il mondo (cioè la concezione che l’uomo ha di sé e del suo mondo) si aprono agli ‘interminabili spazi’ della libertà creativa. Non c’è d’altronde assetto poetico più calcolato che nel sonetto, ‘bello e razionale’ nella sua struttura inalterabile, eppure aperta a tante audacie interne, equilibrio di techne e di poiesis: un insieme di proposizioni che asseriscono delle implicazioni (tra figure, simboli, metafore) che contengono delle variabili (accenti, rime, assonanze in funzione semantica): definizione che ricalca quella proposta da Bertrand Russell per la matematica. Rinunziare per una presunta emancipazione metrica al sonetto comporta quindi una immediata perdita di intensità e di afflato nei rapporti con lo spirito, che, come avvertiva senza perifrasi Hörderlin, è retto da leggi metriche”.
L’esordio della antologia condensa liricamente “le coordinate storiche – riporta Orio Poerio – dell’esperienza che fu alla base della sua formazione”: l’amore per la Sicilia (d’ogni senziu / trama amurusa), l’appartenenza ad essa (ddocu affunnu / li ràdichi), la nascita a nuova vita (nàsciu arreri) attraverso la vuci del dialetto (d’ogni lingua ciuri) e il conseguimento della chiave che apre il mondo: la Poesia.
Spiranza. Un speranza fanciulla, libera e spensierata che corre, gioca, canta; e coglie e deposita ai piedi del poeta .
Ritroviamo in questo secondo sonetto la puntuale applicazione dei precetti sopra enunciati, ma piuttosto che soffermarci su essi, preferiamo registrarne i toni di novità che albergano nel raddoppiamento delle parole omogenee.
“Il raddoppiamento – scrive Luigi Sorrento in Nuove note di sintassi siciliana – o la ripetizione di un avverbio (ora ora, rantu rantu) o di un aggettivo (nudu nudu, sulu sulu) comporta di fatto due tipi di superlativo: ora ora è più forte di ora e significa “nel momento, nell’istante in cui si parla”, nudu nudu è “tutto nudo, assolutamente nudo”. I casi di ripetizione di sostantivo (casi casi, strati strati - nella nostra ipotesi: celu celu, spini spini) e di verbo (cui veni veni, unni vaju vaju) sono speciali del Siciliano. “Strati strati” indica un’idea generale d’estensione nello spazio, un’idea di movimento in un luogo indeterminato, non precisato, tanto che non può questa espressione essere seguita da una specificazione, come strati strati di Palermo. L’idea di “estensione” viene espressa dalla ripetizione del sostantivo, così originando un caso particolare di complemento di luogo mediante il raddoppiamento di una parola. La ripetizione del verbo si ha con la pura e semplice forma del pronome relativo seguita dal verbo raddoppiato. “Cui veni veni” intende chiunque venga, tutti quelli che vengono: il raddoppiamento del verbo, quindi, rafforza un’idea nel senso che la estende dal meno al più, la ingrandisce al massimo grado, anzi indefinitamente.
Ura ca passa. 1947. La rivoluzione (fu proprio Paolo Messina ad adoperare questo termine, mentre Salvatore Camilleri aveva preferito il lemma: rivolta) si compie!
“Si pubblica a Catania nel 1947 – ribadisce il Camilleri – diretto da Giovanni Formisano, Torcia a ventu, un settimanale con una rubrica di poesia siciliana curata da Aldo Grienti, dove appare la lirica Ura ca passa, di Paolo Messina, primo e reale esempio di poesia dialettale moderna.” E sul Manifesto della Nuova Poesia Siciliana, edizione Arte e Folklore di Sicilia, Catania 1989, incalza: “Ura ca passa, del 1947, nata dall’ermetismo italiano, ma forse più direttamente dal simbolismo francese, dà inizio alla nuova poesia siciliana. Paolo ha ventiquattro anni e si rende subito conto di ciò che è avvenuto”.
In quindici versi liberi – Paolo Messina fu il primo ad adottare il verso libero e anche in questo sta la straordinaria novità –, stringatissimi, senza rime, nella concreta realizzazione del suo “strumento necessario”, nelle espressioni autenticamente siciliane, negli efficaci dispositivi analogici, simbolici, metaforici, nelle pregevoli invenzioni, nell’accostamento di suoni, nella coerenza ortografica … la felice, originale, lirica formulazione dei principi innovativi teorizzati. E, sbaragliati i vocaboli ricercati, reboanti, artificiosi, bandito ogni traccheggio del verso, cedimento vernacolare, italianismo, epurata la ridondanza di aggettivi, diminutivi, vezzeggiativi … le parole “quotidiane”: chiantu, ura, praj, ciuri, notti, erva. Parole, che nell’alchimia del Poeta si animano, acquistano significati che eccedono la loro semplice lettera; parole comuni che nella loro inusitata cifra compongono scenari irrefutabilmente unici, disegnano profili squisitamente singolari, assurgono a raffinato strumento espressivo con cui il Poeta esplicita la propria Weltanschauung, l’arte – affermò Viktor Borisovic Šklovskij – restituisce una visione autentica del mondo.
Pregevolissimo nella sua interezza – dimensione la sola che consente di carpirne l’austera bellezza – se ne riportano, solo a mo’ dimostrativo, taluni sintetici, intensi stralci: “iu m’acquazzinu di tempu, mi ridi la luna / e mi vesti di biancu, portu li giumma / d’un abitu dimisu / ‘n contraluci.”
Passaggi. “Na sira (eramu tutti a manciari ô Risturanti Shangai d’a Vucciria) ci apprisintai a prima manu d’un sunettu ntitulatu Passaggi. Mi taliaru – ricorda Paolo Messina in Puisia Siciliana e Critica – tutti alluccuti e fu Fidiricu Di Maria (misu a caputavula) ca rumpiu ddu silenziu dicennumi: Ora ci deve spiegare che significa. Paroli tistuali. Ma comu, ci arrispunnivi, propriu vossia mi veni a fari sti discursi? L’autri s’a pigghiaru a ridiri. E finiu ca ni mbriacamu.”
Episodio eloquente che la dice lunga circa la problematicità di interpretazione (della poesia e) di questo terzo sonetto che, peraltro, l’enjambement: ariusu / juncu, lenti / nuvuli, e l’anastrofe: si passa di salutu umbra, esteticamente connotano.
Rispiru d’un ciuri. 1948. Secondo esempio di verso libero.
Immediatamente dopo ogni grande passo è assai difficile ripeterne uno della medesima portata, bissare. La vocazione si consolida; l’ambizione di tentare strade nuove, più difficoltose, malsicure, faticose delle vecchie e, a conti fatti, più avare di riconoscimenti (ma questo forse non importa) persiste. E i risultati non mancano: “silenziu / crisciutu supra un jiditu, amuri ca passa / pi ’na vina di celu, mi sentu / ‘ntra lu pettu / un jardinu di stiddi.”
Gli altri, nel frattempo, che fanno? dove vanno? (anche questo non importa: la Poesia, si sa, è “esercizio solitario” e d’altronde – suffraga il Camilleri nel numero di Gennaio-Febbraio 1989 di Arte e Folklore di Sicilia – “bisognò aspettare almeno cinque anni prima che altri poeti maturassero quella rivoluzione, formale e strutturale, che era in atto”).
Primu di maiu. 1949. Terzo testo della nuova ouverture in tre anni.
L’occasione, la festa (già tristemente macchiata di sangue a Portella della Ginestra nel 1947) del primo maggio. La guerra, con il suo opprimente, irrisolto retaggio di morte, distruzione, sofferenza è appena dietro l’angolo, la sudditanza culturale, sociale, economica da cui decantano la miseria, l’ingiustizia, il malaffare sempre lì a prenderti per la gola, a sgomentarti, a reclutarti. Ciò malgrado, quel primo maggio 1949 vola sulle ali di un passero “nni la manica aperta di lu ventu”, pulsa di ricostruenda collettività, avviluppa, in un vorticoso caleidoscopio, gli uomini “li vrazza / turciuti di la fatica / abbrazzati a la terra” e le cose “li banneri, li roti, li ciminii, li pilastri di li casi, li rimi di li varchi, l’àrbuli di li bastimenti, li spichi di furmentu”.
Partiri. 1950. La metafora è nella testa (e non nella penna)!
Possono apparire adesso – il verso libero, il simbolo, l’enjambement, lo scavo interiore … – conquiste scontate, ovvie, abusate. Ma – immaginiamo – quanti studi ed esitazioni, prove e assidue verifiche, intralci e tentazioni di mollare, allora, per chi ebbe a trovarsi nella esaltante, e al contempo scomoda, sua posizione.
“Al poeta – ebbe a dire Giuseppe Zagarrio – compete lo stesso dovere-diritto dello scienziato in laboratorio: quello della ricerca, la più ampia possibile, la febbrile consapevolezza di essa, la speranza continuamente gratificante di cogliere ed esprimere qualcuna delle spinte che il collettivo inter-soggettivo opera di continuo dalla sua massa corale e anonima”.
E Paolo Messina ricerca con consapevolezza la parola nuova, sperimenta con tenacia l’espressione che implichi compiutezza di forma e contenuto, s’ingegna a che l’applicazione sia autenticamente siciliana: “ciuriu lu molu di palummi, nudda lacrima / vagna la corda ca mi va muddannu”. E, non ultimo, si prodiga affinché l’esito si collochi nella cornice della (sua, perché scelta, voluta da lui) disciplina: la coerenza ortografica del dialetto, il criterio semantico di trascrizione di esso, l’impiego delle preposizioni più gli articoli; cornice, pertanto, entro la quale non possono insistere i segni diacritici (tranne l’aferesi in: ‘n, ‘na, ‘ntra, ‘nzina), i raddoppiamenti consonantici iniziali, i nessi fonici.
La chiusa, “‘nzina ca lu silenziu / mi jetta ‘n coddu / ‘na ghirlanna d’acqua”, ci impone, nella sua mirabile singolarità, una riflessione. Come fosse vera, la ghirlanda d’acqua ci coglie infatti alla sprovvista e quasi ci scansiamo per non esserne bagnati – chiunque di noi del resto d’impulso reagirebbe nello stesso modo; ma ancor più ci strabilia, perché insospettabile, colui/cosa ce la scaraventa addosso: il silenzio.
Se Ura ca passa è stato l’archetipo, Partiri ne è stato il degnissimo seguito.
CHRISTUS. Pasqua 1952.
CHRISTUS, in maiuscolo, scrive Paolo Messina (come gli Ebrei a tutte lettere maiuscole scrivono JHWH, il tetragramma sacro per Jahvè) e considera che “di tannu / tu / ddocu arresti / ‘n cruci”
.
Ma la religiosità rimane ritenuta, resta racchiusa nella sfera dell’intimo, non spicca il volo (della trascendenza). Il CHRISTUS è un uomo che muore, un uomo che “finiu di mòriri” con il conforto di “fimmini [chi] vannu e vennu (In the room the women come and go talking of Michelangelo, by Thomas Stearns Eliot) purtannu unguenti, linzola e lamenti”, e decisamente terreno è il teatro della rappresentazione: “arbulu, quartari d’acqua, gruppa /ca nuddu chiantu strogghi, sangu spantu”.
Il dialetto siciliano si riaccosta per un attimo, consummatum es, alle sue origini (a buona parte almeno di esse): il Latino. Nel naturale confronto e dalle valutazioni più complessive che ne scaturiscono, ci rendiamo conto di quanto la parentela tra i due sia tuttora stretta e di come esso abbia, tutto sommato, assai bene retto l’avanzare dei secoli.
Buchè. Cinque endecasillabi non rimati, in cui si rinviene una delle rarissime eccezioni quanto al raddoppiamento iniziale della consonante, quella dell’avverbio: cchiù.
Il buchè che un siciliano offre all’amata “li cchiù bianchi manu di lu munnu” non può che essere di “limpi zàgari” (i fiori bianchi dell’arancio simbolo di purezza) e il loro ciauru trattenuto “‘nzina a quannu stasira / idda trimannu strogghi lu nastru”.
Lu chiantu. Inizi del 1953. Paolo Messina ha già (appena) trent’anni.
Il silenzio (degli addetti ai lavori, della stampa, della critica) è assordante!
I risultati – tranne che nella percezione di pochissimi sodali – tardano e così gli auspicati effetti in ordine alla poesia e, per essa, alla realtà, alla “questione” siciliana, che è politica, oltre che sociale, culturale, economica. Ciononostante l’ufficio continua.
Lu chiantu propone un positivo incipit “Cadu nni lu margiu /di lu me chiantu” e quindi termini soluzioni, ambienti ancora interessanti, benché già sperimentati: biancu fazzulettu / di luna, li pampini s’asciucanu / lu risinu ...
Viene da chiedersi: “Quali / pena ‘nchiui pizzi ed ali” al Messina tanto da far sì che egli si rivolga al sole e lo ammonisca: “dumani lu chiantu / a tia puru t’abbinci”?
Un incidente in itinere, la stanchezza accumulata, la repentina sfiducia nei propri solitari mezzi? O non piuttosto il clima, il contesto di indifferenza, la trama di avversione (“un jornu vinni ‘n Palermu na diligazioni di pueti catanisi pi dirimi davanti a l’amici ca iu stava ruvinannu a puisia siciliana e ca l’avia a finiri”) che montava in direzione di quella che appariva essere una fuga (troppo) elitaria?
Zabbari. Non leggevamo un sonetto (ma sarà l’ultimo della raccolta) dal 1947.
Un progetto però, quello del sonetto, solo rimandato. Paolo Messina infatti auspicò, con un appassionato intervento del 1989 riportato sul Manifesto della Nuova Poesia Siciliana, il ritorno al sonetto “che può ancora oggi educarci alla libertà formale, in attesa che il trophaèum (cioè la sostanza poetica) riacquisti la forma del nuovo”, e produsse poi, rispettivamente nel 1990 e nel 2000, il saggio L’essere della poesia e il volume, in italiano, Sonetti. La sfida (sostanzialmente solo a se steso e perciò eternamente all’umanità) è quella di dimostrare che non la formula, non tanto la struttura del sonetto era (è), ormai, carente, logorata dai secoli, “cotta”, ma che la crisi era (è) in chi scrive, che la vena che si è prosciugata è quella dei poeti, di coloro che ne dovrebbero rinverdire i fasti e lo praticano invece con sufficienza. E allora, bene: la scommessa è vinta (bellissima l’icona “lu lentu / suli”, come se fosse il sole – ve lo figurate! – a procedere mestamente e non già l’uomo, specie quello d’area mediterranea, a causa delle condizioni di calura, spossatezza, lentezza, ora sì, che esso determina).
La zabbara “c’adura di nenti” evoca una Sicilia di “arsura”, di brutture “ciuri ladiu”, di rassegnazione “disidderiu stancu” che pure esiste. Non solo bellezza, quindi, profumo, passione ma, altresì, le tante situazioni “senz’amuri”, “cu li centu spini”, di solitudini “puntuti, silinziusi, trimulenti”. E nondimeno da Paolo Messina, dopo Ura ca passa e Partiri, è lecito aspettarsi dell’altro, di meglio, di più.
Il 1953 si chiude con Canzuna di l’acqua.
Quattordici settenari che prendono in prestito i dettami del sonetto (tranne chiaramente l’endecasillabo). È l’unico prototipo del genere. Se ne apprezza la costanza mai sopita di provare, la visione, una certa magia di rapporti. Ma si intuisce l’ansimare della salita, il peso di andare avanti senza nessuno – come nel ciclismo – a tirarti la strada, il confidare nella discesa che sbuchi ritemprante dopo l’ennesima curva e nella borraccia fresca d’acqua; si coglie la “strategia” di proseguire per piccole (!) tappe, per traguardi raggiungibili che possano condurre dalla sperimentazione alla esecuzione di nuovi significativi esiti. La tentazione è quella di mollare un attimo i pedali: frischizza ‘n contraluci richiama subito alla mente l’abitu ‘n contraluci di Ura ca passa e, francamente, preferiamo ormai quelle altre “cose”, quelle “cose” che hanno fatto breccia nei nostri cuori, nei nostri animi, nei nostri gusti: quelle “cose” che hanno segnato il “punto di non ritorno”.
Tradimentu. È del 1954 il segmento più nutrito (sette testi) della silloge.
Assieme con CHRISTUS e, vedremo, col testo che subito appresso segue, una sorta di trittico che attiene alla spiritualità dell’uomo.
Lampanti i riferimenti alle vicende che culminarono nel più famoso tradimento avvenuto un Venerdì che precedette la Pasqua, là in terra di Giudea e al misfatto che si perpetra, come sempre, al “cantari / pi la terza / vota” di “lu gaddu”. Si conferma la dimensione privata e terrena (filara d’umbri / sipali / jardina ‘nchiusi) della spiritualità sebbene nell’accorta trasfigurazione praticata dal dialetto: un occhiu sulu apertu / e adduma, di ‘n celu / ‘na pinna bianca di palumma.
Madonna. I toni – se non la veste – sono quelli della preghiera.
La madre di Dio è invocata a proteggere “stu santu amuri, urdutu / cu manu bianchi”, a distendere le sue braccia bianche come “ponti nni lu scuru / di la terra”.
L’aggettivo bianco (pressoché nella assenza di ogni altro colore), insieme al sostantivo silenziu, è quasi il vessillo della poesia di Paolo Messina: bianchi crini, mi vesti di biancu, pi lu sonnu biancu, calici biancu, ali bianchi, li cchiù bianchi manu, biancu fazzulettu, lu pettu biancu, na pinna bianca, cinniri bianca. Un recondito anelito di armonia? di pace? di misticismo?
Ogni conquista diventa patrimonio comune: se ne appropriano gli altri poeti, ma persino coloro che per primi l’hanno raggiunta la reiterano, come fosse un bel gioco dei bambini, al fine di metabolizzarla, consolidarla, definitivamente acquisirla.
Carrettu sicilianu. Inanimato legato di un consorzio umano rurale, arretrato, (apparentemente) folcloristico “tuttu roti / cianciani e giumma”, il carretto approda, in una sintassi pervasa da talento e da laica pietas, ad “arruzzòlu baggianu di culura”. Ma in questa terra di “occhi nivuri / manu tradituri / friddi raccami / petti addumati”, la jumenta, la Sicilia personificata, la “canzuna / [resa] muta” dalle secolari profanazioni, ignominie, angherie subite, “supra la munta dura” morde il freno e “ciara l’umbri”, nello struggimento di affrancarsi dall’amaro giogo “di l’asti”.
Mari granni. In quel “ora tentu” la chiave del componimento: il “sogno” recuperato. Il sogno in cui credere e per cui inseguire ancora la vita “li vrazza longhi di li strati” e, per inconfutabile simbiosi, la Poesia, malgrado “li passi chini di gruppa, la frunti / china di silenziu”.
Un componimento da leggere con dedizione, condiscendenza, riguardo alle pause, allo scopo di assaporarne la liricità, penetrarne i gradi di invenzione, condividerne la felicità di realizzazione. Un convinto plauso a uno tra i testi migliori della silloge, di cui si riportano i versi conclusivi: “Di li banchini di li nuvuli / jetta lenzi lu suli / nni lu mari granni di lu munnu. / Ridu dintra mia / ca li potti / vìdiri ‘n tempu”.
Aspettu d’essiri iu. Il dado è tratto!
Mari granni ne è stato il testo seme, l’anticipazione: la “vuci aperta” di questo riprende la “aperta vuci” di quello, l’ ”astrachi di la sira” riecheggiano “li banchini di li nuvuli”. Ma qui la consegna è vissuta con la certezza del (futuro) compimento, l’attesa, “aspettu”, è solamente in ordine alla circostanza, nel convulso nostro vivere, in cui ritrovare sé stesso, ricongiungersi metafisicamente, integralmente a sé stesso, “essiri iu”, giacché quel tempo di “scriviri nni la manu addummisciuta / di lu silenziu / l’ura ca di sempri / va sunannu pi mia / a lu roggiu addumatu di la luna” è assiomatico, è solo da venire. Anzi, nella lirica attuazione, esso è già scoccato.
Aspettu d’essiri iu è la consacrazione di Paolo Messina. Se pure egli non dovesse (come di fatto avverrà nel giro di pochi mesi) più scrivere poesia siciliana, Ura ca passa, Rispiru d’un ciuri, Partiri, Mari granni, Aspettu d’essiri iu e, presto, Autunnu contraddistingueranno indelebilmente la stagione di Paolo Messina Poeta.
Pisci russi. Il 1954 va in archivio con una divinazione: “ju puru / ci dissi addiu / a lu chiaru lippu di la vuci”.
Siamo agli sgoccioli; Paolo Messina lo avverte. Sappiamo adesso che (con Il muro di silenzio, nel 1959) un altro grande interesse prevarrà: il Teatro.
È da recepire, questo testo, anche in tale ottica? E se sì, perché? Perché questo abbandono? I risultati individuali, abbiamo appurato, vengono. E allora? Allora ciò non basta. Non basta più. Carmina non dant panem, si sa; ma neanche, nel nostro caso, gratificazione (la pubblica s’intende), quella della “grande” critica (il Vann’Antò, nel 1957, pur avendo egli colto il segno del mutamento, la modernità di quegli esiti stilistici e formali, definirà neòteroi, smaniosi cioè di novità e riforme, i nuovi poeti suoi conterranei) e persino i compagni di “processione” (eccettuati quelli di nicchia) mostrano resistenza, diffidenza, ostilità, non riescono (come la volpe dell’uva di Fedro) ad “afferrare” e cercano dunque di fare calare il silenzio, di ricondurre al minimo i progressi altrui.
Era (è) difficile condividere l’intimo tumulto di Paolo Messina, secondarne l’urgenza a volere essere innovativo, l’anelito a volere creare poesia siciliana con spirito, propositi, espressioni, situazioni, estetica siciliani?
Canzuna d’amuri. Ma, “Vuci, ca mi cusi / un sonnu sapituri, cusimi un lettu / a lenti ‘ncimi cu li to capiddi / cògghimi tuttu / nni lu to jiditali”.
Un accorato esseoesse alla poesia, con la quale a breve si consumerà il distacco, ma dal cui ventre fecondo stanno pure già scaturendo, nel solco del Rinnovamento, le cose migliori di poeti quali Ugo Ammannato, Miano Conti, Antonino Cremona, Aldo Grienti, Carmelo Molino, Nino Orsini, Pietro Tamburello, Gianni Varvaro.
Arbulu. Il 1955 segna con le tre ultime poesie la fine, per espressa sua volontà, della parabola pubblica del poeta Paolo Messina.
C’è tutto Paolo Messina in questi ventidue componimenti? in questi poco più di duecento versi? C’è da giurare di no! Come pure è facile assai profetare che non dell’intera sua produzione si tratta quanto di una drastica selezione. E nondimeno, tant’è.
Il fatto che non le avesse pubblicate prima in una raccolta organica sottintende l’evenienza che altre prove sarebbero potute arrivare? E se no, perché non pubblicarle allora? E ancora, nel 1985, trent’anni dopo, perché le ha rese pubbliche? Dobbiamo, beninteso, essergliene riconoscenti, perché queste testimonianze, per la cultura, per la poesia, per la storia siciliane, assolutamente non andavano perdute, ma perché fare trascorrere un così lungo lasso di tempo? Gli animi si erano, forse, placati su tutte le querelles che hanno “accompagnato” quel tratto del nostro passato? Era unicamente giunto il momento “adatto” per divulgare quei suoi esiti? Il pubblico, le coscienze, la critica della Poesia erano finalmente, nel 1985, maturi, formati, acconci a ricevere, ad elaborare, a suffragare quella esperienza? Comunque sia ...
Arbulu. “Lu virdi vinu” e “sdivaca nìdira d’occhi”: due nuove invenzioni.
Autunnu. Il canto del cigno; un vero altro masterpiece!
C’è da leggerlo e abbandonarvisi, lasciarsi, senza resistenza alcuna, vincere dall’estro evocativo, sedurre dalla lirica mestizia, sorprendere dalla crudezza introspettiva. Il suo confessarsi “senza nomu e senza facci / comu mi piaci essiri”, ci coinvolge emotivamente, ci trascina nei meandri di quel nichilismo senza “volu di banneri / né lustru di cannili” e ce ne rende toto corde partecipi. Ma egli sente, percepisce (noi sappiamo) che la “palumma bianca” della Poesia e quegli “sbardi di pampini” lo porteranno, un giorno, “luntanu”.
Versi pi la libirtà. “Ammanittati li morti” è la sintesi creativa e provocatoria d’un componimento forte, prorompente impegno etico-sociale.
Ultima “pagina” di Paolo Messina idonea, in chiusura, a farci rimarcare che nell’intero corpus della silloge sono totalmente assenti gli “interni”, le relazioni umane dirette: tutto è ambientato nella Natura, che il poeta elegge a luogo dove il suo stato d’animo si trasfigura e assurge a globo trasparente dentro e attraverso il quale ogni cosa esiste e trova la sua ragion d’essere.
Per chi volesse ulteriormente approfondire, volesse ancora “scrafuniari”, proponiamo il raffronto tra i testi: Aspettu d’essiri iu, Rispiru d’un ciuri, Primu di maiu, nella versione del 1957 dell’antologia Poeti siciliani d’oggi e nella stesura (a noi più vicina nel tempo) del 1985 di Rosa fresca, aulentissima.
Calaciu diventa, ora, calici, vagnau, ciminija e fatija rispettivamente vagnò, ciminia e fatica, “li funnamenta di li cità” mutano in “li funnamenti di lu munnu”.
Ma sono in Aspettu d’essiri iu i riadattamenti più rilevanti: “ca m’aspetti” diventa “ca m’afferri”, scompare l’aggettivo “lijata” che appesantiva il sostantivo “vuci”, “e jsannu li vrazza” diviene “pi jisari li vrazza”, “lu dammusu di lu celu”, semplicemente, “lu celu” e tre versi vengono contratti in uno: “stanchi di sti nòliti”.
“Smania di novità e riforme”? O non invece l’assillo dei veri poeti di non considerare mai del tutto licenziata la propria opera, di tendere ad una costante opera di revisione alla luce di emendate sensibilità, accresciute conoscenze, sempre nuovi fermenti, di compiere una incessante auto-analisi stilistica ed ideologica al fine di “sgriciari la pirfizioni”?
Paolo Messina agognava la “terra promessa”, e l’ha vista, l’ha raggiunta, l’ha calpestata. Ma egli, e dopo di lui pochissimi altri, l’ha solo lambita, sfiorata. E quella è un continente smisurato, le cui vastità, meraviglie, i cui orizzonti danno le vertigini, i cui tesori inebrianti e inesplorati sono tuttora disponibili a chi, con umiltà, purezza d’animo, amore saprà coglierli.

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PARTE TERZA
SALVATORE CAMILLERI
DA SANGU PAZZU A GNURA PUISIA
Nella Catania del 1944, il gruppo di cui Salvatore Camilleri era l’animatore: Mario Biondi (nella cui sala da toeletta di via Prefettura si tenevano gli incontri diurni, mentre di sera li attendeva il salotto di Pietro Guido Cesareo, in via Vittorio Emanuele 305), Enzo D’Agata, Mario Gori ed altri già appartenenti all’Unione Amici del Dialetto, si ribattezzò (dietro suggerimento di Biondi) Trinacrismo e La Strigghia, un solo foglio redatto perlopiù da Salvatore Camilleri e battuto a macchina da Enzo D’Agata, fu nel 1945 il loro giornaletto.
Scrivere di Salvatore Camilleri (Catania, 1921) è dunque, necessariamente, un po’ ripercorrere la storia della poesia e della letteratura siciliane degli ultimi sessant’anni.
“Ho scritto Sangu pazzu, la mia prima opera - sono parole di Salvatore Camilleri - negli anni 1944-45. Essa rappresentava il diario in termini lirici di chi, reduce dalla guerra, ha visto franare tutti i suoi sogni. Ho cercato nella poesia l’unica verità possibile e, giacché le parole dell’italiano erano incrostate e cristallizzate, le ho cercate nel siciliano che lasciava ampie zone al maggese, alla ristrutturazione. Bisognava inventarsi un nuovo linguaggio e la mia ricerca, di un linguaggio nuovo interiormente siciliano, fu la prima che si ebbe in Sicilia. Bisognava rinnovare la sintassi senza distruggerla, accostarsi all’analogia con cuore umile, creare una zoologia poetica, una nuova botanica poetica, un rinnovamento interiore e non solo di forme, di sostanza e non solo di impressioni fuggitive. Doveva entrare nell’area della poesia siciliana la storia, la filosofia, la sociologia, tutte le scienze, non in quanto tali, ma come patrimonio culturale che chi scrive brucia nell’atto della creazione.”
E, nel Manifesto della nuova poesia siciliana, edizione Arte e Folklore di Sicilia, Catania 1989, ancora afferma: “Si pubblica a Catania nel 1947, diretto da Giovanni Formisano, Torcia a ventu, un settimanale con una rubrica di poesia siciliana curata da Aldo Grienti, dove appare la lirica Ura ca passa, di Paolo Messina, primo e reale esempio di poesia dialettale moderna. Io – prosegue – intendevo rinnovare la poesia dall’interno, per evoluzione spontanea del siciliano, attraverso le fasi ineluttabili del processo di sviluppo linguistico; Paolo Messina pensava di dare subito un taglio netto al passato, e lo diede. Il motivo dei nostri diversi atteggiamenti sta nel fatto che io avevo prima letto Croce e poi i simbolisti, Paolo aveva letto prima i simbolisti, poi Croce.”
Del Rinnovamento della Poesia Dialettale Siciliana, la stagione segnata dal movimento di giovani poeti dialettali palermitani e catanesi che spazzò via la sclerosi della tradizione, la ridondanza dell’aggettivazione, l’oleografia dei vezzeggiativi, si è detto nel primo di questa serie di saggi – al quale pertanto vi rimandiamo – per cui torniamo ad occuparci più compiutamente di Salvatore Camilleri.
Egli, come del resto Mario Gori, reo a quel tempo di non vivere più in Sicilia, non figura in nessuna delle due antologie: né la palermitana Poesia dialettale di Sicilia del 1955 né la catanese Poeti siciliani d’oggi del 1957, antesignane del Rinnovamento.
Ma scorriamo gli avvenimenti più qualificanti di quegli anni, premettendo quanto egli ci rammenta: 1. il Siciliano, con la poesia alla corte di Federico II, è stato determinante per la nascita della poesia italiana; 2. il Siciliano è stato lingua ufficiale per oltre due secoli (il XIII e il XIV); 3. il Siciliano è stato strumento letterario di poesia e di prosa: nella seconda metà del sec. XV diede vita alle Ottave o Canzuni, nel sec. XVIII a un autentico poeta come Giovanni Meli e nel XIX secolo a Nino Martoglio, ad Alessio Di Giovanni, al Premio Nobel Luigi Pirandello; e per inciso considerando che in Sicilia già dal Cinquecento operavano due Università: quella di Catania e quella di Messina; che nel 1543 il siracusano Claudio Mario Arezzo propose di istituire il siciliano come lingua nazionale; che a sostegno della dignità del dialetto sovvengono la presenza di Vocabolari, di testi di Ortografia, di Grammatica, di Critica, eccetera.
Nel 1952 Salvatore Camilleri si trasferisce a Vicenza, per insegnarvi. Ma prima, nel 1948, pubblica una Antologia del sonetto siciliano (con una premessa rappresentata da un “Disegno storico della poesia siciliana”, di cui Paolo Messina in seguito dirà “prezioso, specie per chi si era spinto oltre i confini sorvegliatissimi della tradizione”), e inizia a tradurre i classici e pubblicare, sul quotidiano catanese Il corriere di Sicilia, articoli sui poeti siciliani del Cinquecento e del Seicento.
Nel 1955 Carmelo Molino pubblica Curaddi e Giuseppe Mazzola Barreca Scuma di mari.
Nel 1957 Antonino Cremona pubblica Occhi antichi.
Nel 1958 Salvatore Di Pietro pubblica Muddichi di suli.
Nel 1959 Gianni Varvaro pubblica Terra viva.
Nel 1959 Salvatore Camilleri pubblica sul Po’ t’ù cuntu! svariati articoli sulla poesia siciliana dei secoli passati e recensisce una cinquantina di poeti contemporanei, fra i quali G. Mazzola Barreca, C. Molino e G. Varvaro.
Nel 1962 Salvatore Camilleri rientra a Catania.
Nel 1965 Salvatore Camilleri e Mario Gori, i cui contatti nel frattempo si erano rinsaldati, pubblicano la Rivista Sciara, cui collaborano, tra gli altri, Leonardo Sciascia, Giuseppe Zagarrio, Giorgio Piccitto, Nino Pino e Santo Calì.
Nel 1966 Salvatore Camilleri pubblica, per conto dell’Editore Santo Calì, Ritornu e nel medesimo anno Sangu pazzu, ove la lingua non è catanese, né palermitana, ma rappresenta la koiné regionale, determinata dalla sola legge del gusto; l’ortografia è quella tradizionale liberata dalle incoerenze, legata alla etimologia latina, ma non sorda al rinnovamento linguistico.
Nel 1971 è la volta di La barunissa di Carini.
Il volume I di Antigruppo 73 (ispirato e realizzato da Nat Scammacca e Santo Calì, coadiuvati da Vincenzo Di Maria), riporta otto testi in dialetto di Salvatore Camilleri, tra i quali Quattru coppuli, Cudduredda, Ragiuneri, e il suo commento: Le otto poesie di questa antologia non sono che l’introduzione a un canto corale d’amore per la mia terra, un canto il cui protagonista sarà l’anima siciliana espressa da tutti gli elementi che la compongono.
Nel 1975 Alfredo Danese decide di fondare e pubblicare il periodico Arte e Folklore di Sicilia, sulle cui pagine Salvatore Camilleri - che vi collabora sin dall’esordio - darà fondo alla sua vocazione di letterato con decine e decine di saggi e interventi critici.
Nel 1976 Salvatore Camilleri pubblica Ortografia siciliana di cui quest’opera vuole rappresentare la prima presa di coscienza. Scrivendola, ho pensato – dichiara nelle brevi note che corredano il volumetto – soprattutto ai poeti siciliani, i veri e interessati fruitori di essa.
Nel 1979 Salvatore Camilleri dà alle stampe Luna Catanisa. “Non c’è risoluzione dei problemi formali senza risoluzione all’interno della coscienza, non c’è versante espressivo senza versante umano, non c’è arte senza vita. La poesia nasce sempre nell’ambito della sua dimensione storica, esistenziale e umana, non mai dall’esercizio fine a se stesso, dal nulla”.
Nel 1979 Salvatore Camilleri cura l’antologia Poeti siciliani contemporanei.
Nel 1982 Pietro Tamburello pubblica Li me’ palori.
Nel 1983 Enzo D’Agata pubblica Làcimi a focu lentu.
Nel medesimo 1983 Salvatore Camilleri pubblica 70 Poesie. Federico Garcia Lorca nel siciliano di Salvatore Camilleri: “Nessuno procede da solo né nella vita, né per i sentieri della poesia; né mai poeta ha percorso la sua strada senza avere a fianco altri compagni di viaggio, altri poeti, senza ricevere e senza dare a quelli che vengono dopo”.
Nel 1985 Paolo Messina pubblica Rosa fresca aulentissima.
Nel 1986 Carmelo Lauretta pubblica La casa di tutti.
Nel 1989, a cura di Salvatore Camilleri, viene stampato il Manifesto della Nuova Poesia Siciliana, che raccoglie i saggi e interventi critici pubblicati nel corso degli anni sul periodico Arte e Folklore di Sicilia. Tra essi assai intriganti: Il Simbolismo, Sentir Siciliano, Langue et Parole, L’Espansione Denotativa, Poesia e Magia, Non siamo dialettali!, Il correlativo oggettivo: Questo libro, in fotocopie, di saggi e poesie che hanno visto la luce negli ultimi quarantacinque anni, vuole avere, pur nella modesta area di diffusione, molti destinatari, che si spera non siano soltanto fruitori, ma soprattutto diffusori di idee.
Nel 1998 Salvatore Camilleri pubblica Il Ventaglio-Vocabolario Italiano-Siciliano: “Nel 1944, quando iniziai a scrivere in siciliano, sentii subito la mancanza di un vocabolario. Quelli che trovai, non più in commercio, ma in biblioteche pubbliche, erano vecchi di quasi un secolo, e praticamente inutili, in quanto si trattava di vocabolari siciliano-italiani. Mancava il vocabolario che mi occorreva, come mancava a coloro che scrivevano per il teatro, agli attori dialettali, agli studenti, ai moltissimi appassionati del dialetto: mancava un vocabolario italiano-siciliano, cioè uno strumento capace di aiutarmi concretamente tutte le volte che non mi veniva in mente il corrispondente siciliano di un vocabolo italiano”.
Nel 2001 Salvatore Camilleri pubblica Lirici greci in versi siciliani (Archiloco, Mimnermo, Stesicoro, Alceo, Anacreonte, Simonide, Callimaco, Teocrito ed altri): “Traduco perché le mie traduzioni, come i miei versi, possano far parte della cultura siciliana. È stato un esercizio propedeutico fondamentale: mi ha aiutato a fare i conti con la versificazione, e ad averne ragione, e ciò nelle situazioni più difficili, quali sono quelle che si presentano a chi traduce; mi ha permesso di misurarmi con i poeti che traducevo, e che innalzavano, mettendomi in sintonia con la loro intelligenza poetica, i miei livelli di ispirazione; e infine ha favorito, dopo tante esperienze, la creazione di un mio linguaggio poetico, il linguaggio delle mie opere”.
Ha peraltro tradotto e/o adattato in versi siciliani: L’Odissea di Omero (Musa, pàrrami tu di dd’omu, mastru / di tutti li spirtizzi, chi gran tempu /… ), L’Eneide di Virgilio, Le Argonautiche di Apollonio Rodio, De Rerum Natura di Lucrezio e ancora poeti lirici spagnoli e francesi, Ibn Hamdìs, Muhammad Iqbàl e gli Arabi di Sicilia.
Tra le ultime opere pubblicate: Saffo e Catullo–poeti d’amore del 1998, La Grammatica siciliana del 2002, e Biribò del 2007, “opera – scrive Paolo Messina in prefazione – in cui egli fa compiutamente il periplo del suo mondo poetico, della sua cultura letteraria che egli affida alla ricchezza semantica e musicale del dialetto siciliano.
Ragguardevole, inoltre, l’opera cui forse più egli tiene: la Storia della poesia siciliana, in trenta volumi, di cui taluni già pubblicati.
Sul numero di Luglio-Agosto 2001 di Arte e Folklore di Sicilia, in memoria di Pietro Tamburello, Salvatore Camilleri appunta: Due volumi di poesie –Li me’ palori, del 1982, e Rosi di ventu, del 1998 - nel complesso poco più di mille versi, pochi rispetto a quelli composti durante tutta una vita dedicata alla poesia siciliana. Non si può parlare, quindi, della produzione del poeta, ma di una scelta. Pietro Tamburello è un poeta ben degno di essere studiato, in profondità, lungo gli itinerari che l’hanno portato alla sue cose migliori. Dico per lui ciò che ho detto per Mario Gori e per Santo Calì: approfondiamone l’opera con impegno e amore.
Sulla stessa linea Paolo Messina, nella introduzione al volume Dove passa il Simeto di Aldo Grienti, ribadisce: Qualcuno (uno storico della nostra letteratura) prima o poi dovrà pure far piena luce anche su quella nuova ouverture siciliana.
Mi sento di condividere appieno gli auspici appena espressi anche, evidentemente, in relazione all’opera di Paolo Messina e di Salvatore Camilleri.
Gnura Puisia del 2005, con le sue piogge autunnali, rappresenta la summa di tutto il suo lavoro, il compimento di tutto il suo amore verso la poesia siciliana, il raggiungimento di un sogno che ha costituito tutta la sua vita: “Quasi un ventennio di riflessioni, soste, incontri, avanzamenti, in armonia con la condizione esistenziale di chi sa di non potersi abbandonare totalmente all’eresia, lo status ideale del poeta, creatore per eccellenza, quindi innovatore, trasgressore, ed anche - nei limiti - programmatore. Il cerchio non si chiude, ma tende a chiudersi. Le conquiste formali precedenti, con pochi aggiustamenti, rimangono le conquiste di sempre, divengono le colonne del tempio; il contenuto, pure attraverso gli assalti della sofferenza, continua sulle tracce iniziali: ‘n-cerca di puisia, ‘n-cerca d’amuri pi canciari lu munnu a sumigghianza di lu me cori”.
Trazzeri stritti e sempri fora manu / li mei spiranzi, scarpi di camosciu / pari ca sungu fermu e nveci curru / mentri la vita mia si va scusennu. / Di tutti l’anni mei, patruna, amica, / lu ventu sona tutti li cianciani, / c’è na musica nova nta li cosi / e qualchi vota ci arrobbu un sicretu: / la luna avi l’occhi abbuscicati / li lacrimi si ficiru di vitru / nta lu cori li venti s’accapìddanu. / Cala la negghia supra li paroli / e s’allicca la lingua nta li scogghi. / Comu pozzu ju sulu libirarla?
Salvatore Camilleri, dunque, è – in Sicilia e nel mondo – nel novero ristretto che esprime le voci più autorevoli del Dialetto Siciliano: e quanto alla sua veste di autore e quanto alla sua vocazione di letterato. E ciò, pure nella pressoché totale assenza di ogni ufficiale visibilità, malgrado le quierelles che certe sue opzioni letterarie hanno suscitato, a dispetto del contesto di disinteresse dell’imprescindibile (oramai) supporto mass-mediatico.
Non lo diciamo noi, dal nostro modesto avamposto. Né tanto meno lo diciamo per captatio benevolentiae, per pedissequa infatuazione. Lo affermano i fatti, quelli di una vita spesa al servizio della Poesia e della poesia dialettale siciliana in specie, i sessant’anni ed oltre di fervidissima, appassionatissima militanza, lo attestano, benché egli mai ami farne cenno, i riconoscimenti e le gratificazioni che nel tempo gli sono pervenuti da svariati circuiti culturali nazionali ed internazionali. Lo testimoniano, a tagliare la testa al toro, le numerose pubblicazioni, di cui – non tanto per mero gusto di elencazione, quanto unicamente per procurarne cognizione a coloro che tuttora non ne dovessero essere ragguagliati – abbiamo riportato solo i titoli principali.
Tanto premesso, posto che la diffusione delle opere dell’intelletto passa oggi – come del resto ogni altro prodotto – anche attraverso la loro promozione, e in favore dei libri e della cultura di promozione non se ne fa mai abbastanza, cogliendo lo spunto dalle molte questioni tuttora aperte circa la scrittura del dialetto siciliano, e nell’intento di partecipare la soluzione proposta da Salvatore Camilleri in rapporto a qualcheduna di quelle questioni, desideriamo in questa circostanza nello specifico trattare della sua Grammatica Siciliana, illustrandone per rapidi cenni solamente talune più stimolanti materie fra le molteplici affrontate.
“Poesie in dialetto siciliano”, leggiamo spesso in copertina sotto i titoli dei volumi che noi stessi e i nostri amici pubblichiamo. Talvolta “Poesie nel Siciliano di …”, e talaltra “Poesie in dialetto siciliano secondo la parlata di …” (e seguono rispettivamente il nome e il cognome dell’autore e la denominazione di una della miriade di città, di frazioni, di borgate della nostra Isola).
Questo dato ci offre il destro per argomentare (succintamente) sul problema che, tutt’oggi, investe una parte significativa degli scriventi in Siciliano, i più avvertiti, coloro che ambiscono a collocarsi in maniera seria al cospetto del Dialetto, desiderano conferire dignità al sudato esito della loro penna quale che ne sia il registro, e si pongono perciò, nella mira di sottrarsi alla malia dell’arbitrio, domande del tipo: Come si scrive il Siciliano? E quale Siciliano scrivere?. Sono questi, difatti, interrogativi che necessitano di una soluzione a priori, vale a dire prima di affrontare il foglio bianco. E non già per loro stessi, per riuscire a sfornare un “prodotto” che catturi il plauso del pubblico, né tanto meno per carpire il favore della “prestigiosa” giuria di turno; quanto perché ogni scrivente deve acquisire determinatezza, coscienza, responsabilità del proprio dettato.
E non crediamo sia sufficiente, a tal proposito, essere nati - e cresciuti - nell’Isola!
Noi tutti diveniamo sì in virtù di ciò dei “parlanti”, diveniamo ovvero, naturaliter, titolari della parlata. Per procurarci tuttavia l’altra più impegnativa prerogativa, la prerogativa della comunicazione scritta, la prerogativa che ci qualifichi “scriventi”, occorre una formazione volta all’apprendimento della Storia della Sicilia, occorre la frequentazione consapevole delle opere degli autori siciliani e dei saggi inerenti al Dialetto, occorre un preliminare diligente esercizio di scrittura. In definitiva, bisogna amare il Siciliano, bisogna votarsi toto corde ad esso e praticarlo con l’animo sbarazzato da ogni pregiudizio, sufficienza, spocchia, bisogna studiare il Siciliano. Come del resto usiamo ogniqualvolta intendiamo rapportarci correttamente con qualsivoglia idioma: sia esso il medesimo nostro Italiano, sia esso una lingua straniera: il Francese, l’Inglese, il Tedesco, eccetera. Sacrosanto che ci sia cuore, passione, ingegno in chi scrive; ma parimenti non può difettare, a nostro avviso, la forma, la disciplina, la scelta.
Il problema afferente alla scrittura del Siciliano – appare così del tutto evidente – non è di agevole soluzione. Da oltre un secolo, dall’Unità d’Italia e dalla affermazione del Toscano quale lingua dei sudditi del Regno che avrebbero dovuto decretare la scomparsa dei dialetti della penisola – Siciliano compreso di conseguenza, a dispetto del suo plurisecolare passato di storia e i poeti che l’avevano celebrato – esso è all’ordine del giorno. Ammesso che prima vi sia stata, una convenzione univoca di trascrizione del Siciliano oggi non vi è più, e tutto è demandato al criterio, all’estro, al buon senso di chi scrive.
La questione, riproposta non da ultimo nel secondo dopoguerra del Novecento da un manipolo di poeti e letterati isolani, non ha sortito il florilegio di studi auspicabile, e tutto si è ricondotto alla tensione ideale verso una unità ortografica della scrittura, alla proclamazione di principio che vengano dettate alcune regole ortografiche comuni. Elementi propizi e opportuni sottolineano gli studiosi, quantunque non necessari e di non facile praticabilità.
In questo clima, con riferimento ad esempio a uno fra i poeti più grandi del Novecento appunto, Alessio Di Giovanni che entrambi in epoche successive li praticò, gli esperti hanno individuato due grandi aree: quella del metodo etimologico, che attiene all’origine, alla derivazione, alla ricostruzione dell’evoluzione delle parole, e quell’altra del metodo fonografico, ovvero della trascrizione del suono della parlata, benché questa sempre diversamente modulata da ognuno dei parlanti.
Come venirne, allora, a capo? Noi non disponiamo di formule magiche, di soluzioni preconfezionate, di scorciatoie. Ognuno di noi pertanto, ciascuno degli scriventi, dovrà trovare in sé la propria strada, la propria sintesi, la propria espressione. Quale comunque che alfine sarà la scelta di campo, assicuriamoci che il nostro scritto sia espresso con forme, immagini, spirito siciliani, che risulti dignitoso, che sia ossequioso di una coerenza interna.
La Grammatica Siciliana, asserisce Salvatore Camilleri nella introduzione al volume, è il risultato dell’impegno assiduo di quasi un ventennio, anche se materialmente è stata scritta in poco più di due mesi. Essa riprende e amplia i problemi osservati nella Ortografia siciliana e li pondera, li sviscera in tutti i loro aspetti, alla luce dei contributi scaturiti dagli incontri con gli amici con cui egli ne discuteva, tra i quali: Maria Sciavarrello, Antonino Cremona, Paolo Messina, e dello sprone incassato da Ignazio Pidone, Orio Poerio, Giovanni Cereda.
Le sue quasi duecento pagine sono suddivise in tre sezioni: Ortografia, Morfologia, Sintassi.
L’alfabeto siciliano si compone di ventitre lettere, le ventuno di quello italiano più due che lo caratterizzano: la dd, da non confondere con la doppia d che è un segno diverso, e la j, una consonante, da non confondere con la i che è una vocale.
La dd rappresenta il suono più caratteristico della lingua siciliana, derivante dal tardo-latino (capillus, caballus etc.) talmente fuso nella pronuncia da essere considerato un segno a sé stante e non il raddoppiamento di due d. Infatti la suddivisione sillabica di addivintari, ad esempio, è ad-di-vin-ta-ri, mentre quella di cavaddu è ca-va-ddu. Da rilevare in aggiunta che il suono di dè dentale, mentre quello di ddè cacuminale. Non sono mancati nel tempo i tentativi di sostituire il segno dd con ll, ddlr o ddr, e con i puntini in cima o alla base di dd , ma gli uni e gli altri si sono arenati.
Il segno j si caratterizza perché assume nel contesto linguistico tre suoni diversi e precisamente: suona i quando segue una parola non accentata (ad esempio, quattru jorna) ed anche quando ha posizione intervocalica (ad esempio, vaju, staju, e in effetti sarebbe ora di scrivere vaiu, staiu); suona gghi quando segue un monosillabo, dopo ogni e dopo la congiunzione e (ad esempio, tri jorna, ogni jornu, curriri e jucari); suona gn quando segue in, un, san o don (ad esempio, un jornu, san Jachinu). Se fosse, come viceversa sostenuto, una vocale il segno j dovrebbe ubbidire alla regola di tutte le vocali, a quella cioè di fondersi col suono della vocale dell’articolo che lo precede, dando luogo all’apostrofo. Così come noi scriviamo l’amuri (lu amuri) dovremmo pure scrivere l’jiornu, l’jiditu, eccetera, cosa che nessuno si sogna di fare, appunto perché, essendo il segno j una consonante non vi è elisione, e quindi non è possibile l’apostrofo, il quale si verifica all’incontro di due vocali e mai di una vocale e di una consonante.
Tipico della lingua siciliana è il fenomeno che viene a instaurarsi con le vocali e e o tutte le volte che perdono l’accento tonico in quanto cambiano rispettivamente in i e u (c.d. vocali mobili). Ad esempio: lettu – littinu, veru – virità, volu – vulari, sonnu – sunnari, eccetera.
Sono altresì peculiarità il fonema nasale ng (sangu, lingua, longu) e la affricata tr (tri, latru, petra) che in siciliano suonano diversamente dall’italiano.
Ulteriore singolarità della lingua siciliana, legata al latino, è costituita dalla perifrastica (da perifrasi: giro di parole, circonlocuzione), che in siciliano viene resa mutando però il verbo essere in avere. Il latino mihi faciendum est in italiano si rende difatti con la perifrasi io debbo fare, mentre il siciliano lo rende con aju a fari.
Di regola il plurale dei nomi, sia maschili che femminili – scrive Salvatore Camilleri – termina in “i”; ad esempio: quaderni, casi, pueti, ciuri. Un certo numero di nomi maschili terminati al singolare in “u” fanno il plurale in “a” alla latina; sono nomi che di solito si presentano in coppia o al plurale: jita, vrazza, labbra, corna, ossa, vudedda, coccia, gigghia, mura, cuddara, pagghiara, linzola, dinocchia, cucchiara. Molto più numerosi sono i plurali in “a” dei nomi maschili terminati al singolare in “aru” (latino arius) significanti, in gran parte, mestieri e professioni. Se ne elencano (tra gli oltre un centinaio riportati in due pagine, n.d.r.) i più comuni: aciddara, birrittara, bummulara, buttunara, cacucciulura, campanara, carvunara, ciurara, dammusara, fimminara, firrara, friscalittara, furnara, ghirlannara, jardinara, jurnatara, lampiunara, libbrara, marinara, massara, matarazzara, mulinara, nguantara, nutara, paracquara, pastara, picurara, pisciara, pupara, putiara, quadarara, quartara, ricuttara, ruluggiara, scarpara, siggiara, stagnatara, tilara, tabbaccara, usurara, uvara, vaccara, viscuttara, vitrara, zammatara.
La forma più frequente in siciliano per rendere il superlativo assoluto è quella di fare precedere l’aggettivo dall’avverbio “veru”. Sono altresì usati gli avverbi “assai” e “troppu”: veru beddu, troppu granni, eccetera.
Come del resto è avvenuto in altre lingue, il verbo essiri ha perduto, in favore del verbo aviri, le funzioni di verbo ausiliare. Per cui diciamo: aju statu, aviti statu, eccetera.
Da sottolineare inoltre il ripiegamento del tempo passato prossimo a beneficio del passato remoto (ad esempio: chi dicisti? mi manciai na persica), e del modo condizionale a vantaggio del congiuntivo (ad esempio: si lu putissi fari lu facissi, ci vulissi jiri).
Nel dialetto siciliano manca il tempo futuro dei verbi e ogni proposizione riguardante un’azione futura viene costruita al presente e il verbo si fa precedere da un avverbio di tempo (ad esempio: dumani vegnu).

***
PARTE QUARTA
PIETRO TAMBURELLO
ROSI DI VENTU … LI ME’ PALORI
Il 20 Giugno 2001, si è spento a Palermo – dove era nato nel 1910 – Pietro Tamburello.
“Pietro Tamburello – scrive Salvatore Di Marco nel numero di Luglio-Agosto 1998 di Arte e Folklore di Sicilia, edito a Catania, Alfredo Danese direttore – la cui storia di poeta comincia negli anni venti del Secolo, esattamente nel 1926 con la nascita a Palermo di quel notissimo e controverso foglio dialettale che fu il Po’ t’ù cuntu, nonostante avesse avuto un ruolo determinante tra i protagonisti della nuova poesia siciliana (se nel 1929 era stato il segretario generale dell’Accademia di Poesia Siciliana “G. Meli” presieduta da Giuseppe Ganci Battaglia, nel 1945 sarà il referente di Federico Di Maria nell’ambito della Società Scrittori e Artisti – il vero animatore di quel gruppo sottolineò Salvatore Camilleri nel numero di Gennaio-Febbraio 1993 della medesima rivista – e poi fonderà il “Gruppo Alessio Di Giovanni”, e ancora nel 1956 sarà il direttore di Ariu di sicilia) pubblicò poco e tardi in volume i suoi versi dialettali. Sono tantissime le poesie di questo autore palermitano apparse sul Po’ t’u cuntu tra il 1926 e il 1933 (anno in cui il periodico interruppe le pubblicazioni per riprenderle dal 1952 al 1972) e in altri fogli dell’epoca. Ma il periodo in cui Pietro Tamburello portò a piena maturità espressiva la propria poesia nei temi e nella forma e nel linguaggio tocca gli anni Quaranta e Cinquanta.”
Nel 1957 Pietro Tamburello è tra gli autori presenti nella Antologia Poeti siciliani d’oggi, Reina Editore in Catania, a cura di Aldo Grienti e Carmelo Molino, e già prima – nel 1955 – a cura del Gruppo Alessio Di Giovanni e con la prefazione di Giovanni Vaccarella, nell’Antologia Poesia dialettale di sicilia. Le due sillogi, che all’epoca ebbero vasta eco, testimoniano di quella stagione, segnata dal movimento di giovani poeti dialettali palermitani e catanesi di cui si è detto nel primo di questa serie di saggi, denominata Rinnovamento della poesia dialettale siciliana.
Nella prima delle due antologie citate, Poeti siciliani d’oggi, Pietro Tamburello è presente con quattro componimenti: Haju ‘na cicala, Li ciauli, Bannilora e Funtana.
Antonio Corsaro nella nota critica in prefazione a Poeti siciliani d’oggi, nei riguardi di Pietro Tamburello, così si pronuncia: “Pietro Tamburello ha un dominio sicuro dei propri mezzi, si libra sulla realtà divina delle cose, romanticamente, e ne trasmette il fervore, l’ardore, attraverso un lirismo consapevole e vissuto nel bisogno di dare all’uomo un aiuto che supera, per l’assoluta ragione dell’insufficienza umana, i limiti terrestri. Nello specchio della sua emozione si riflettono le più vive ansie dell’anima e rimandano a un certo, arcano splendore. Sensibilissimo è il suo verso all’inalienabile fondo religioso dell’essere. C’è ancora in Tamburello la coscienza di ciò che rappresenta per il poeta il mistero della parola chiusa nel cuore, della parola essenziale in una pronunzia netta e lucente, simile alla corrente di un fiume che leviga le pietre e le fa splendere.”
Lirismo – di cui seguiranno adesso alcuni stralci – realizzato da Pietro Tamburello con termini, espressioni, situazioni del tutto siciliani; lirismo che coniuga compiutamente una forma autenticamente originale, innovativa e uno spirito genuinamente siciliano: Haju ‘na cicala nchiusa ni lu pettu … lu so rispiru è nchiusu / sutta li pinnulara di la notti; lu celu / sbalanca lu so pettu senza funnu / supra li nastri bianchi di li strati; Mi vogghiu fari l’ali di palumma / e jiriminni ‘ncelu / a sentiri sunari / li cincianeddi d’oru di la notti.
In una postilla alla poesia Funtana, il poeta e critico romagnolo Giuseppe Valentini sulla rivista Il Belli (fascicolo n°2, luglio 1955) così diceva: “Il dialetto siciliano fa pensare, delicato e ricco com’è, al frusciare di una mano giovane su di un arcaico velluto”.
E Paolo Messina, in un articolo apparso il 21 Maggio 1955 sul periodico culturale Il contemporaneo di Roma ebbe a scrivere: “La poetica di Pietro Tamburello è caratterizzata da una volontà di resistere alla realtà tridimensionale delle attuali esperienze ed esaurisce nel dialetto le tendenze vicine e lontane del simbolismo romantico … e si identifica col fenomeno di decomposizione di una certa cultura verso una base più larga dalla quale riceverà un nuovo vigore ascensionale.”
Un linguaggio, quello di Pietro Tamburello, permeato di strutture analogiche e metaforiche e di pregevoli invenzioni: il cielo che si spalanca immenso sul mondo, il tempo che rimane immobile ad aspettare, il volo nei sonagli d’oro della notte; una realizzazione individuale del sistema linguistico, dunque, che va percepito, inghiottito, metabolizzato.
Ma riferiamo ulteriori testimonianze circa l’opera di Pietro Tamburello.
Il Giornale di poesia siciliana, nel numero di Settembre 1988, riporta il pezzo di Salvatore Di Marco Una occasione mancata: “L’8 di agosto del 1952 rivedeva la luce in Palermo il noto periodico di poesia dialettale siciliana Po’ t’ù cuntu dopo ben diciotto anni di assenza. Intanto erano scomparsi i prestigiosi collaboratori dell’anteguerra che negli anni Trenta avevano dato lustro al Po’ t’ù cuntu: parlo di poeti e scrittori come Luigi Natoli, Alessio Di Giovanni, Vincenzo De Simone, Vito Mercadante, Vanni Pucci. Sicché si ha l’impressione malinconica, rileggendo oggi i vecchi fascicoli del 1952, che la direzione del Po’ t’ù cuntu non si fosse resa ben conto delle laceranti trasformazioni che, rispetto agli anni Trenta, erano intervenute nel tessuto sociale dell’isola a modificare anche il quadro complessivo delle vocazioni letterarie. E ciò pure nell’ambito della poesia siciliana. Questa situazione non piacque ad un gruppo – certo il più inquieto a quel tempo – di collaboratori del Po’ t’ù cuntu. Si trattava di Ugo Ammannato, di Pietro Tamburello e di qualche altro che già aveva scritto sul quel giornale dal 1927 in poi. Ma anche di giovani come Paolo Messina. Infatti, accanto a Federico De Maria, nel 1945 essi avevano rilanciato la poesia dialettale siciliana attraverso affollati incontri con il vasto pubblico nell’Aula Gialla del Teatro Politeama di Palermo. E nei poeti che vi partecipavano, da Miano Conti a Nino Orsini, da Tamburello ad Ammannato, si era diffuso sin da allora il rifiuto della vecchia poesia dialettale e un bisogno ancora indistinto di cambiamento. Questi incontri indetti dalla Società Scrittori e Artisti di cui Federico De Maria era il presidente, e organizzati da Ammannato e Tamburello, furono chiamati – per suggerimento di quest’ultimo – Ariu di Sicilia. Allorquando nel 1953 quel gruppo di poeti riunito da comuni idealità di rinnovamento letterario e culturale – ancora non pronto a chiamarsi definitivamente Gruppo Alessio Di Giovanni come avverrà invece successivamente – constatata l’impossibilità di condurre in Sicilia un discorso di poesia nuova attraverso le pagine del Po’ t’ù cuntu, pensò quindi di darsi un proprio foglio di proposta e di battaglia letteraria, Pietro Tamburello volle chiamarlo appunto Ariu di Sicilia. Ariu di Sicilia fu fondato nel 1954 da Pietro Tamburello che ne assunse la redazione. Era un foglio di quattro pagine, che usciva ogni mese e che durò esattamente da marzo a ottobre di quell’anno. Visse il suo breve tempo in povertà di mezzi finanziari e fu un semplice inserto del Po’ t’ù cuntu. Nell’editoriale del primo numero Pietro Tamburello ne aveva annunciato i seguenti tre obiettivi: 1) promuovere una nuova fioritura di studi intorno alla letteratura siciliana, 2) rinnovare la tradizione alla luce delle ultime esigenze estetiche, 3) sottoporre a revisione critica le opere degli scrittori delle generazioni passate. I testi letterari pubblicati furono in tutto centoquindici di quarantuno autori. Tra questi c’erano tutti i poeti che si riconosceranno quanto prima nel Gruppo Alessio Di Giovanni. Parlo di Ugo Ammannato, Miano Conti, Aldo Grienti, Paolo Messina, Carmelo Molino, Pietro Tamburello e Gianni Varvaro. Meno costanti nella collaborazione ma presenti: Ignazio Buttitta, Salvatore Di Pietro, Nino Orsini, Elvezio Petix.”
Paolo Messina in Appunto per Pietro Tamburello, pubblicato sul numero settembre-ottobre 1983 di Arte e Folklore di Sicilia: “L’esperienza del Gruppo Alessio Di Giovanni (di cui Pietro Tamburello fu uno dei fondatori) doveva lasciare una traccia incancellabile nella storia della nostra letteratura. Pietro Tamburello ci proponeva lo studio degli autori stranieri che avevano dato origine a tutti gli ismi contemporanei e che possedeva in vecchie edizioni. Ricordo che era suo il primo esemplare delle Fleurs du Mal di Charles Baudelaire che ebbi tra le mani. Altra svolta legata all’esperienza del Gruppo Alessio Di Giovanni fu la nozione dell’impegno che non ammette alcuna dipendenza politica, ma punta direttamente sull’uomo e sulla lotta dell’uomo per uscire da una condizione disumana. Qui la poesia di Tamburello si fa epica ed accorata insieme. Si avvicina nuovamente ai modi popolari, poiché si rivolge al popolo, ma restando libera nella sua misura. Tamburello ha il dono di suscitare una vasta zona di silenzio intorno al suo discorso poetico, di modo che l’oggetto che ci presenta rimane come sospeso in quest’aura magica dove nessun’altra voce interferisce e ne confonde la visione (per usare un termine dei formalisti)”.
Sul n. 2, ottobre 1970, di La Fiera dialettale, pubblicato a Roma, Salvatore Di Pietro scrive: “In quest’ultimo dopoguerra a Catania e a Palermo si è avuta una splendida fioritura di poeti. La caratura di questi poeti autentici lasciamola stabilire in altra sede. A noi importa richiamare questi nomi, l’uno accanto all’altro, perché nei contemporanei non se ne offuschi il ricordo: perché essi brillino nell’intero arco della poesia dialettale italiana. E sono tanti questi poeti, tanti e pochi nel contempo … a Palermo: Giuseppe Denaro, Giovanni Girgenti, Gianni Varvaro, Enzo Barbera, Nicolò Fontana, Nino Orsini, Pietro Tamburello.”
Il Giornale di poesia siciliana, numero di giugno 1988, presenta un profilo di Fortunato Martore Cuccia su Ugo Ammannato: “L’esordio letterario di Ammannato si ha intorno al 1927 sulle colonne di un settimanale di poesia dialettale che si pubblicava a Palermo appena dall’ottobre del 1926, il Po’ t’ù cuntu. Scrivevano a quel tempo sul Po’ t’ù cuntu Salvatore Ingrassia, Carmelo Truscello, Ciccio Carrà Trincali, Antonino Equizzi, Salvatore Volpes Lucchese, Giovanni De Rosalia e tra i giovanissimi Pietro Tamburello, Nino Tesoriere e altri. Trasferitosi a Palermo sul finire degli anni Venti, egli (Ugo Ammannato, n.d.r.) fu, con Pietro Tamburello, tra i fondatori della Accademia Dialettale Siciliana G. Meli (di cui lo stesso Tamburello era stato l’ideatore).”
Ancora il Giornale di poesia siciliana sul numero luglio-agosto 1988 riporta il pezzo di Alberto Prestigiacomo in ricordo di Gianni Varvaro: “In quel tempo (gli anni Sessanta, n.d.r.) con Giuseppe Ganci Battaglia andavo in giro per i circoli di Palermo e della provincia a fare recite e conferenze su poeti siciliani. La domenica mattina, al bar di Villa Sperlinga d’estate e al bar Santoro d’inverno, incontravo i poeti che io avevo chiamato Nuovo Gruppo Alessio Di Giovanni e c’erano Nino Orsini, Paolo Messina, Pietro Tamburello, a cui si aggiunsero Giacomo Cannizzaro, Emanuele Baglio, Gianni Varvaro.”
E dalla intervista immaginaria di Maria Sciavarrello con Pietro Tamburello pubblicata sul Manifesto della Nuova Poesia Siciliana, Catania 1989, traiamo: “Se ancora oggi la poesia siciliana ha un seguito numeroso e se, come tutti riconoscono, ha cambiato pelle inserendosi nel vivo della cultura europea, spesso al passo con i movimenti poetici più avanzati, si deve soprattutto a due poeti che hanno saputo essere anche animatori culturali: Salvatore Camilleri a Catania e Pietro Tamburello a Palermo. Due poeti che hanno lavorato molto per gli altri, lasciando magari in ombra se stessi.”
E prosegue la Sciavarrello: “Forte com’era di una cultura che gli veniva dallo studio dei poeti che più avevano contribuito in Europa e nel mondo al rinnovamento della poesia, da Lorca a Machado, da Baudelaire a Mallarmé, da Valery a Eluard, da Ezra Pound a Eliot, da Esenin a Maiakovski … Pietro Tamburello cominciò a maturare l’idea di una poesia siciliana moderna, non più legata al folklore e alla tradizione popolareggiante, non più sorda alla voce di rinnovamento formale e contenutistico, finalmente aperta alle innovazioni, più responsabile della realtà.”
La rivolta, la rivoluzione alla quale a più riprese abbiamo fatto riferimento, ha spazzato via la ridondanza dell’aggettivazione, l’oleografia dei vezzeggiativi, la sclerosi della tradizione.
“Il dialetto – afferma Paolo Messina nel pezzo in ricordo di Aldo Grienti, pubblicato a Febbraio 1988, a Palermo, sul numero zero del ritorno del Po’ t’ù cuntu – non era più portatore di una cultura subalterna, ma si era innalzato alla ricerca di contenuti (e quindi di forme) su più vasti orizzonti di pensiero. Sicché con lui (e con gli altri poeti definiti allora neoterici) la poesia siciliana toccava il punto di non ritorno, aboliva ogni pregiudiziale etnografica, pur restando (linguisticamente) siciliana.”
E accogliamo la voce propria di Pietro Tamburello.
Museo Etnografico è un pezzo non firmato, apparso il 31 maggio 1954, ma sicuramente di Pietro Tamburello, sostiene Salvatore Camilleri. Dice tra l’altro Pietro Tamburello: “Un poeta, noi pensiamo, comunica coi mezzi che egli crede esteticamente più idonei alla liberazione del canto. Noi vagheggiamo un ideale museo ove riporre definitivamente i tardi epigoni del Meli e dello Scimonelli, i rapsodi d’un inverosimile mondo pastorale, i beati menestrelli di una Sicilia convenzionale e manierata e tante brave persone che professano critica letteraria e non sanno distinguere fra la melensa faciloneria dei loro compagni di museo e la consapevolezza di chi affida al linguaggio del focolare i propri sentimenti, il suo pensiero e le sue fantasie, solo per una esigenza spirituale che si può discutere ma non ignorare. In questo museo delle idee sbagliate non può mancare quella di chi considera il poeta siciliano un complemento del folklore locale, quasi una curiosità paesana da offrire ai visitatori insieme al carrettino, alla brocchetta e al paladino di Francia impennacchiato.”
E su Nuvole e rane, apparso il 30 giugno 1954 in Ariu di Sicilia, a proposito del Rinnovamento della Poesia Dialettale Siciliana puntualizza: “Sappiamo tutti dove andare, ma non siamo concordi sulla via da seguire.”
Il Giornale di Poesia siciliana, numero di giugno 1988 propone un pezzo di Pietro Tamburello in ricordo di Vito Mercadante: “Tra le mie cose più care conservo una foto (del 1933, riprodotta in calce all’articolo, n.d.r.) in cui, con Nino Orsini e altri amici, ci stringiamo intorno al suo sorriso nel giardino della sua casa. Qualche anno ancora e poi la poesia siciliana avrebbe perduto la dolcezza di quel sorriso.”
“Ariu di Sicilia – ammette lo stesso Tamburello in una sua lettera pubblicata sul numero di settembre 1988 del Giornale di poesia siciliana – fu un’occasione mancata ma senza rimpianti dico io. Ho predicato il Vangelo ai turchi nella speranza che qualcuno si convertisse ma, come avvenne a San Francesco, i turchi sono rimasti attaccatissimi al loro Corano.”
E occupiamoci adesso, brevemente, delle due sillogi edite di Pietro Tamburello.
Carmelo Lauretta ne La lirica di Pietro Tamburello pubblicato sul numero di luglio-agosto 1991 del Giornale di poesia siciliana commenta: “Edite nell’82 Li me’ paroli sono l’unica (alla data dell’articolo, n.d.r.) opera di Pietro Tamburello, una delle voci più originali e più rare della lirica dialettale moderna. Il titolo Li me’ paroli non vuole significare, come potrebbe sembrare, un confronto polemico o un’autodifferenziazione dalla routine della produzione contemporanea, ma un’emblematica rivelazione delle sobrie valenze di linearità, della sorvegliata cura di linguaggio, della dimessa e confidenziale affabulazione, che contraddistinguono l’intera raccolta. Le quaranta liriche del volume sono il frutto dell’esperienza poetica di oltre un quarantennio di vita. Esse abbracciano, infatti, il periodo che va dal ’36 al ’82, ed ovviamente accusano una coraggiosa eliminazione di precedenti composizioni liriche ed una decisa rinunzia della produzione giovanile. Tamburello dimostra così che ha il dono di non nutrire smanie di esibizione e che è dominato da una concezione seria della poesia, da un rigoroso senso estetico, da una ricerca di valori assoluti. Egli affrontò, nel dopoguerra, i problemi del rinnovamento della scrittura della poesia, dei suoi rapporti con la tradizione siciliana e della sua europeizzazione. Volle che la poesia fosse impegno di penetrazione e di scavo interiore e che poggiasse su precise basi ideologiche e sulla capacità di una continua auto-analisi stilistica. Nessuna meraviglia se la sua opera, ancora oggi, ha tutti i numeri per essere viva, attuale, piena di freschezza melodica e di alta connotazione estetica. Mappa dei suoi itinerari poetici è una summa di materiali biografici, psicologici, spirituali, ambientali: affetti, esperienze esistenziali, vicende sociali, travaglio degli umili che trovano in Tamburello il loro registro lirico coerente e si traducono in contenuti eidetici, i cui nuclei-base sono amore, solitudine, pane, morte, paesaggio, solidarietà. L’adesione al dialetto si rivela pronta, spontanea, non condizionata da tergiversazioni opzionali né da teorizzazioni provocatorie. La fenomenologia della parola dialettale si definisce ai suoi occhi nei termini di una seconda nascita, di una rivelazione, di uno strumento cioè che meglio garantisce alla sua poesia il carattere di genuina musicalità e di presa diretta con le realtà tematiche nettamente individuate. Quello che colpisce nella silloge è la tempestività nell’individuazione delle immagini adorne di semplicità e di pregnanza semantica: niente sfruttamento di astrazioni generiche né baloccamenti copiosi di apparati aggettivali. Predominante nella costruzione sintattica è la forza del sostantivo in una all’impiego dell’indicativo, che esprimono realismo e concretezza.”
Arte e Folklore di Sicilia sul numero menzionato di luglio-agosto 1998 pubblica il saggio di Salvatore Di Marco su Rosi di ventu: “Assai vicino alla lirica pura secondo la dettatura montaliana, Tamburello però ne semplifica il modello e l’occulta sotto gli abiti della tradizione siciliana delle forme rimate, del sonetto, dell’endecasillabo che risuona nelle composizioni a verso libero, lo occulta tra le fioriture lessicali di un dialetto armonioso ed antico. Da qui poi Tamburello ascende alle suggestioni della grande poesia francese. E, fuori dalle scene mondane, ormai raffinato artefice della propria parola poetica, giunto alle misure essenziali del dettato … ad ogni componimento consegna ineccepibile forma, dove nulla è superfluo o casuale.”
Lumie di Sicilia edito a Firenze dall’Associazione Culturale Sicilia-Firenze, sul numero 37 del mese di ottobre 1999, riporta una breve nota del sottoscritto su Rosi di Ventu: “L’uomo e il poeta Pietro Tamburello – la cui impronta comunque avrebbe figurato nel boulevard universale dei Poeti – sanno trovare, ancora oggi, i motivi, l’animo, il gusto di riproporsi, di calarsi nella tenzone, di rischiare. Con la puntuale prefazione di Antonino Cremona, ha visto luce infatti – a distanza di sedici anni dalla prima precedente opera – la nuova silloge di Pietro Tamburello Rosi di ventu. Fragili boccioli in apparenza – il gambo mediamente non supera i venti versi – esse, scevre da qualsiasi mirabilia fonografiche, sono ben radicate nel più fecondo del terreni: la ninna duci di lu mé dialettu.”
Scrive Salvatore Camilleri sul numero di luglio-agosto 2001 di Arte e Folklore di Sicilia: “due volumi di poesie del Tamburello – Li me’ paroli del 1982 e Rosi di ventu del 1998 – nel complesso poco più di mille versi, pochi rispetto a quelli composti durante tutta una vita dedicata alla poesia siciliana. Non si può parlare, quindi, della produzione del poeta, ma di una scelta. Pietro Tamburello è un poeta ben degno di essere studiato, in profondità, lungo gli itinerari che l’hanno portato alla sue cose migliori. Dico per lui ciò che ho detto per Mario Gori e per Santo Calì: approfondiamone l’opera con impegno e amore.”
D’altronde sempre Paolo Messina, nella introduzione al volume Dove passa il Simeto di Aldo Grienti, ribadisce: “Qualcuno (uno storico della nostra letteratura) prima o poi dovrà pure far piena luce anche su quella nuova ouverture siciliana.”
E chiudiamo, fidando che gli incitamenti di Salvatore Camilleri e di Paolo Messina possano essere prima o poi raccolti, con due esempi della poesia di Pietro Tamburello.
La prima, La scupetta di Camillo Torres del 1969, tratta da Li me’ paroli:
LA SCUPETTA DI CAMILLO TORRES
(prete guerrigliero boliviano)
Giustu Patri Camillu.
Tu dici ca la terra
la so minnedda nni l’appara a tutti
e ogni timpa avi un occhiu piatusu
puru pi li sfardati.
Tu dici ca lu ‘nfernu di li vivi
è arruvintatu comu ‘na carcara
e nun c’è santi e nuddu paraddisu
pi cu’ si senti l’occhi di li figghi
azziccati a li rini.
Perciò pigghiasti ‘n manu ‘na scupetta
ti nni jisti sbannutu a la vintura
e quannu ti sbamparu nni lu pettu
li rosi di la morti
la jisasti a lu celu
comu facevi cu lu sacramentu.
La seconda, Rosi di ventu del 1983, dalla omonima antologia:
ROSI DI VENTU
Nun c’è ‘na gnuni d’aria
dunni jiri a strògghiri lu gruppu
di li me’ jorna persi.
Supra ‘na rama sicca
nun spuntanu ciuri e mancu aceddi.
Ora
cogghiu rosi di ventu
mentri la luna cogghi paparini.
***
PARTE QUINTA
ANTONINO CREMONA & OCCHI ANTICHI
La notizia della scomparsa di Antonino Cremona (Agrigento 1931-2004) si diffuse nell’Autunno tra gli amici e negli ambienti della poesia dialettale siciliana.
Sedato lo sgomento, acquisito il dato della ineluttabilità della morte, la prima autorevole sentita testimonianza è stata la “Lettera per Antonino Cremona” di Salvatore Di Marco, datata 10 Febbraio 2005.
“Lettera”, pubblicata sul numero 78 de La Nuova Tribuna Letteraria, di cui si riportano alcuni estratti: “Il fatto è che questa diceria della tua morte (e ti prego di smentirla) risale al 25 Settembre dell’anno scorso con tanto di necrologio sui giornali. Anch’io lessi a suo tempo, ma vai a fidarti dei giornali! Io penso, infatti, che se tu fossi morto, la città di Agrigento ti avrebbe in qualche modo commemorato. E invece, dal 25 Settembre 2004, ogni mattina Agrigento si sveglia e dice al mondo: ‘Niente di nuovo, non è successo nulla di rilevante’. Se muore un personaggio come Nino Cremona, poeta di razza e di lunghe stagioni, filologo e scrittore, critico letterario e intellettuale di pregio, Agrigento sicuramente avrebbe versato lacrime sincere. Un Personaggio come te, caro Nino, non può morire nel silenzio generale, soprattutto in quello crudele della tua terra. Perciò dico che se tu fossi veramente morto me l’avresti comunicato.”
Il convegno di studi avente per tema “L’opera di Antonino Cremona e il Novecento Italiano” si è svolto il 27 Gennaio 2006 ad Agrigento. Relatori: Sergio Spadaro, Giovanni Occhipinti, Antonio Liotta e Salvatore Di Marco. E giusto dalla relazione di quest’ultimo, “L’anima girgentana della poesia dialettale di Antonino Cremona”, pubblicata nel 2007 dalla Associazione Culturale “Nino Martoglio” Grotte Ag. e dal volume Lettere per un poeta, carteggio Salvatore Di Marco – Sergio Spadaro su Antonino Cremona e altre carte, Edizioni Accademia di Studi Cielo d’Alcamo 2006, traiamo gli spunti a fondamento di questo elaborato.
Leonardo Sciascia, avendone apprezzato gli esordi (dal 1952 ha cominciato a scrivere poesie nel dialetto agrigentino in cui la vocazione lirica si accompagna ad una costante e acuta vigilanza critica), curò che Antonino Cremona entrasse a far parte (nel giugno 1953) della redazione de Il Belli. E nel giugno 1954 su Il Belli, il bimestrale di letteratura dialettale fondato e diretto in Roma da Mario Dell’Arco, apparvero tre liriche di Antonino Cremona: Lamentu pi la morti do me sciatu, Li canzuna e Lu scantu.
Occhi antichi è la prima opera di Antonino Cremona, portata alle stampe quando ancora non aveva compiuto i venticinque anni di età. È la sola silloge dialettale che egli abbia prodotto (dopo infatti non volle più scrivere poesia in dialetto – tranne che per talune traduzioni – sostenendo semplicemente che non ne avvertiva lo stimolo): una raccolta di diciassette liriche, pubblicate nel 1957 per le edizioni Sciascia di Caltanissetta, scritte tra il 1953 e il 1954; alcune “vergate su carta igienica perché me n’era finita ogni altra.”
Tutte le diciassette le liriche di Occhi antichi sono state poi riproposte ne L’odore della poesia (Sciascia, 1980), edizione nella quale è stato aggiunto un diciottesimo testo Un mortu, del 1953, inizialmente incluso nella antologia Poeti siciliani d’oggi, curata nel 1957 da Aldo Grienti e Carmelo Molino, Reina Editore in Catania, e progettata e realizzata allo scopo di tirare una sorta di bilancio dell’attività intensa di promozione del rinnovamento della poesia dialettale siciliana del dopoguerra di cui erano stati protagonisti un gruppo di poeti palermitani e un gruppo di poeti catanesi.
Le liriche di Antonino Cremona presenti nella antologia Poeti siciliani d’oggi: Occhi antichi, La pena e Li pinzera. Antonio Corsaro, che ne redige introduzione e note critiche, nei suoi riguardi così si pronuncia: “Antonino Cremona possiede una conoscenza critica dei problemi che oggi si dibattono sulla corrente dialettale moderna e si occupa di questioni filologiche con risultati degni d’attenzione. Questa sua base di cultura non frena però l’irruenza dei sentimenti, anzi gli giova benissimo a controllare gli interessi della sua poesia”. Afferma inoltre: “I dialettali non sono mai stati estranei alle vicende della cultura nazionale” poiché coglieva uno dei motivi centrali del movimento.
E a sostenere quasi questa ultima asserzione, Gian Luigi Beccaria, in Letteratura e dialetto, editore Zanichelli 1983, ribadisce: “Nel corso dei secoli la letteratura dialettale non conosce eclissi salvo che nel Rinascimento. L’esperienza storica più complessa è negata a quella letteratura. Ciononostante non è affatto letteratura subalterna di interesse locale. Coesiste, con pari diritto, accanto alla nazionale con la quale forma cordiale e ricca unità, feconda di scambi.”
Il poeta e letterato Vittorio Clemente, nel 1957, commenta: “La cultura del poeta, lo studio dei testi, il suo gusto lo hanno portato a scoprire valori e bellezze mai prima sospettati nel dialetto. Poesia vera siciliana e non in siciliano.”
Felicissime altresì le considerazioni di Giuseppe Angelo Peritore: “L’uso del dialetto in questi componimenti è la parlata di ogni giorno, scavata nel vivo della pietra, nel dolore e nella passione amorosa, nella sofferenza della storia e delle idee. Una particolare morfologia assiste Cremona nella creazione dialettale; la pagina gli è nata nel suo dialetto agrigentino non in un siciliano generico e compromesso.”
Vincenzo Di Maria, nel 1971, segnala alcuni aspetti illuminanti della scrittura dialettale del poeta agrigentino: “La parola subisce certamente la distillazione più oculata e severa, l’empito viene concentrato sino a prosciugarsene d’ogni umore superfluo”. E il volume II di Antigruppo 73 ideato da Nat Scammacca e Santo Calì e introdotto dallo stesso Di Maria offre due testi di Antonino Cremona: A la sagra di li mennuli ciuruti e Lamentu pi la morti do me sciatu.
Pietro Amato inoltre, nel maggio 1977, riconosce, nel dialetto di Occhi antichi, il girgentano nativo egregiamente acculturato nello scrupolo filologico e accresciuto nella invenzione linguistica.
Il Manifesto della Nuova Poesia Siciliana, edizione Arte e Folklore di Sicilia, Catania 1989, a cura di Salvatore Camilleri, pubblica quattro componimenti di Antonino Cremona, S’annivisci Garcia, Godot, Li pinzera, Occhi antichi e una breve chiosa: “In termini poetici, Antonino Cremona è un anarchico, un irregolare, un cavallo che non soffre freno. È stato uno dei primi a rompere con la tradizione”.
Antonino Cremona venne antologizzato nel volume Il dialetto dei poeti, Edizioni Piovan del 1988, a cura di Giacomo Luzzagni, e in seguito nei due volumi Poesia dialettale dal rinascimento ad oggi, a cura di Giacinto Spagnoletti e Cesare Vivaldi, Garzanti Editore 1991, in cui venne definito “autentico poeta nel panorama dialettale degli ultimi anni”.
Fu uno dei protagonisti di quel movimento del secondo Novecento denominato Rinnovamento della poesia dialettale siciliana, che, sottolinea Salvatore Di Marco, è storia interessante di idee e di poeti, di mutazioni culturali e inquietudini sociali, di sperimentazioni e di esiti anche importanti però rimasti sconosciuti a chi ha ritenuto che il solo pannello solare capace di dare nuova energia alla letteratura siciliana dialettale fosse quello esclusivo di Ignazio Buttitta, è ciò semplicemente perché lo si trovava già collocato più in alto degli altri.
Antonino Cremona privilegiava le coordinate di un testo poetico, ritenendo che “il testo è il suo stile, mai il suo argomento, giacché il contenuto viene determinato dalle esigenze della scrittura”. E se accadde l’inverso, “non si avverte nemmeno l’odore della poesia”. Soleva dire che come poeta amava “esprimersi più che comunicare”, e ammetteva che la scelta dialettale era motivata dalla “accortezza di esprimere i propri sentimenti e i propri concetti nel modo più acconcio alla sensibilità”. Volle scommettere adottando il “girgentano” (un “proprio” girgentano) pur sapendo bene che Alessio Di Giovanni lo aveva stigmatizzato come “la via più spiccia” (“Due vie s’aprono oggi ai degni cultori del nostro dialetto: o scrivere nel vernacolo natio o seguire, rendendola più moderna, più colorita e più mossa, quella nostra vecchia e scaltrita lingua siciliana. I nostri poeti e drammaturghi contemporanei ha seguito la via più spiccia scrivendo quasi tutti o in palermitano o in catanese o in agrigentino”, Alessio Di Giovanni nel saggio del 1896 Saru Platania e la Poesia dialettale in Sicilia), e questa fu la ragione – insieme al suo fisiologico rifiuto di associarsi a gruppi e scuole letterarie – per la quale egli non volle mai essere incluso organicamente nel Gruppo Alessio Di Giovanni, al quale tuttavia lo legarono sempre sia comuni e condivisi progetti di rinnovamento letterario, sia forti e duraturi sentimenti di fraternità (specie con Pietro Tamburello e Salvatore Di Marco).
La lezione tenuta all’Istituto di italianistica dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, in data 11 aprile 2003, ci aiuta a intendere più compiutamente il pensiero di Antonino Cremona: “Ai sentimenti sostituisco le sensazioni, ai valori preferisco le virtù, la morale non mi garba perché tendo all’etica. Rinunziando a concetti che hanno del molliccio, dell’appiccicoso, preferisco la limpidezza luminosa di quanto è netto. Oggettivizzo quanto più possibile. Ho fatto un lungo, faticoso, dolorante, percorso dall’io al tu e al noi sino a pervenire magari a una assenza grammaticale del soggetto”.
Componente fondamentale della sua personalità – annota Sergio Spadaro nel saggio L’espressionismo mediterraneo di Antonino Cremona – era la sua ironia, che egli faceva discendere direttamene dal suo conterraneo Empedocle, del quale aveva tradotto Le purificazioni. Antonino Cremona al riguardo riferisce: “Studiandolo, mi sono rafforzato del suo pacifismo, dell’ira laica avversa ai sacrifici, della sua ironia e autoironia, della sua contrarietà assoluta alla pena di morte. L’ironia non è solo un modo di resistere ma pure uno strumento di conoscenza. L’autoironia è una possibilità di autoispezione, per conoscere se stessi e per difendersi da se stessi”.
Occhi antichi è un’opera significativa della poesia dialettale del secondo Novecento siciliano. I temi protagonisti sono la memoria amorosa, le tensioni della nostalgia, il segno dei destini ultimi dell’uomo contemporaneo e delle sue sofferte futilità, la presenza di figure di uomini e di donne il cui richiamo insiste sulla amarezza della loro condizione sociale. Se ne riportano, in calce, alcuni componimenti nella traduzione dell’Autore, tra i quali A la sagra di li mennuli sciuruti che fu il primo (“su commissione di Mario Dell’Arco”, precisa il poeta) e l’omonimo Occhi antichi.
La memoria di Nino Cremona, poeta dialettale, autore teatrale, saggista e critico letterario, redattore di riviste italiane ed estere, merita di essere onorata, come convenientemente hanno fatto Salvatore Di Marco e Sergio Spadaro nei saggi L’anima girgentana nella poesia dialettale siciliana di Antonino Cremona e Lettere per un poeta sopra menzionati.
E ciò nel tentativo di smentire lo stesso Antonino Cremona che, a proposito del poeta niscemese Mario Gori in una lettera del 21 Aprile 1997, aveva amaramente rilevato che “la Sicilia è un cimitero di dimenticati.”
A LA SAGRA DI LI MÉNNULI SCIURUTI
Suli ammatina supra di li mennuli
e cantanu l’oceddri a tutta l’ura.
Lu viddranu, curcatu nô carrettu,
s’annaculìa. Cangia la vintura
pi un sciuri di li mennuli all’oricchia?
Pinniculia, tuttu stinnicchiatu
(la vampa di lu suli ca lu scorcia);
senti li forti strepiti d’Orlannu
câmmazza i saracini e ca Rinallu
suspira e chianci, biancu arrussittatu.
Cu la mula parata a festa granni,
lu carrettu lucenti cu li pinni,
a passu a passu mezzu u pruvulazzu.
E la mula nun senti chiù la via.
Ci penni la cuperta mmezzu i gammi.
Li mennuli e l’olivi, tornu tornu,
ci fannu strata. Sbatti ni un pitruni,
isa la testa, curri; sata, abballa,
“Stoccati u coddru”, a zotta a vastunìa.
Vittivìtti, ca sona u mancarrùni.
(Nella sagra dei mandorli fioriti. Sole di mattina sopra i mandorli / e cantano gli uccelli a distesa. / Il villano, coricato nel carretto, / dondola. Muta la ventura / per un fiore di mandorlo all’orecchia? / Ondeggia, tutto sdraiato / (la vampa del sole che lo scortica); / sente i forti strepiti di Orlando / che ammazza i saraceni e che Rinaldo / sospira e piange, bianco e imbellettato. / Con la mula parata a festa grande, / il carretto lucente coi pennacchi, / passo passo nel polverone. / E la mula non sente più la via. / Le pende la coperta tra le gambe. / I mandorli e gli olivi, torno torno, / le fanno strada. Sbatte in un macigno, / alza la testa, corre; salta, balla, / “Rompiti il collo”, la frusta la bastona. / Presto, che suona il marranzano.)
UN MORTU
Ora ch’è mortu si mancia la terra.
La malasorti lu fici piniari
senza lu vinu
e un pugnu di furmentu
e na mnuzza ca coci a minestra.
Morti di longu cu li fasci nivuri
ci fici li banneri nâ la porta.
Finì lu diavuluni e la Madonna,
ca s’arriposa
ad occhi chiusi.
Li figli ca nunn’appi nun li cerca
vermi vermi, ca prima li tantiàva
nê mura dô pagliaru; e nun la canta
la zappa ntra li timpi î malandata.
Li caddi di li manu arripudduti,
e li nasu affilatu. Bona paci.
(Un morto. Ora ch’è morto si mangia la terra. / La malasorte lo fece penare / senza il vino / e un pugno di frumento / e una mano che cuoce la minestra. / Morte a lungo con le fasce nere / gli fece le bandiere nella porta. / Finì il Diavolone e la Madonna, / ché riposa / ad occhi chiusi. / I figli che non ebbe non li cerca / fra i vermi, ché prima li annaspava / ai muri del pagliaio; e non la canta / la zappa fra le zolle della malannata. / I calli delle mani / e il naso afflato. Buona pace.)
OCCHI ANTICHI
Resta nall’ortu l’ecu dê canzùna
(comu t’accùpa stu suli, st’arsura
ca conza li canti dê griddi)
li rami di l’àrbuli pénninu nterra.
Cca, fumannu li pinzéra,
sugnu na lampa ca s’astuta.
Cuntu li pidàti ni sta càmmara bianca,
cu i manu nsacchetta.
Ma ti viu lìbbira e nuda.
Muta
tinni isti. E ttu gattìi
a cu ti teni mmrazza e ‘un ti canusci.
Siddu arrìdi. Ca forsi ti spunta
la me facci nguttàta.
(Occhi antichi. Resta nell’orto l’eco delle canzoni / (come ti soffoca questo sole, quest’arsura / che orchestra i canti dei grilli) / i rami degli alberi pendono a terra. / Qui, fumando i pensieri, / sono un lume che si spegne. / Conto i passi in questa camera bianca, / con le mani in tasca. / Ma ti vedo libera e nuda. / Muta / te ne sei andata. E tu fai la gattina / a chi ti tiene in braccio e non ti conosce. / Se ridi. Ché forse ti spunta / la mia faccia che trattiene il pianto.)
GODOT
En attendant Godot sta morti
ca ‘un meni ti dassi vampi di focu,
friddulina; ti calliassi nê manu
l’occhi di vitru. T’arriparassi
nô fazzulettu di sita.
O morti
e bita. Sti manu friddi
longhi, sti taliatùri d’ogliu
ca mi sciddricanu ncoddru
mentri avvampi, stu coddru tisu
cu la testa ô ventu. Tutta
t’arriparassi nê me iunti.
Ti quadiassi cû sciatu.
Tu ’un ci senti.
(Godot. En attendant Godot questa morte / che non viene ti darei vampe di fuoco, / freddolosa; ti scalderei nelle mie mani / gli occhi di vetro. Ti riparerei / nel fazzoletto di seta. O morte / e vita. Queste mani fredde / lunghe, questi sguardi d’olio / che mi scivolano addosso / mentre avvampi, questo collo dritto / con la testa al vento. Tutta / ti riparerei nelle mie mani giunte. / Ti scalderei col fiato. / Tu non ci senti.)
***
PARTE SESTA
ALDO
GRIENTI
IL RINNOVAMENTO …
DOVE PASSA
IL SIMETO
“E
così un altro
protagonista del Rinnovamento della poesia siciliana ci ha lasciato:
protagonista
di un rinnovamento fondato sui testi e non sugli oziosi proclami, sugli
esiti artistici
individuali e non su qualche manifesto. Ma se n’è andato senza
lasciarci una
raccolta organica delle sue poesie in siciliano”, leggiamo in un pezzo
di Paolo
Messina, in ricordo di Aldo Grienti, pubblicato nel febbraio 1988 a Palermo, sul
numero Zero
di quello che fu l’effimero ritorno – ad opera di Salvatore Di Marco –
del “Po’
t’u cuntu!”
Aldo Grienti nasce a
Catania nel 1926.
Nel 1957 – insieme a
Carmelo Molino – Aldo Grienti è
il curatore della antologia Poeti
Siciliani d’oggi, Reina Editore in Catania. L’antologia, con
introduzione e
note critiche di Antonio Corsaro, raccoglie, in rigoroso ordine
alfabetico, una
significativa selezione dei testi di diciassette autori: Ugo
Ammannato, Saro Bottino, Ignazio Buttitta,
Miano Conti, Antonino Cremona, Salvatore Di Marco, Salvatore Di Pietro,
Girolamo
Ferlito, Aldo Grienti, Paolo Messina, Carmelo Molino, Stefania
Montalbano, Nino
Orsini, Ildebrando Platamia, Pietro Tamburello, Francesco Vaccaielli e Gianni Varvaro. Ma già prima – nel 1955
allorché a Palermo, a cura del Gruppo
Alessio Di Giovanni,
con la
prefazione di Giovanni Vaccarella, vede luce l’antologia Poesia
dialettale di Sicilia – Aldo Grienti è tra i protagonisti: U. Ammannato, I. Buttitta, M. Conti, Salvatore
Equizzi, A. Grienti, P. Messina, C. Molino, N. Orsini, P. Tamburello.
“Abbiamo la data
dell’inizio del movimento
rinnovatore – prosegue Paolo Messina nel suo pezzo – quella del ‘primo raduno di poesia siciliana’
svoltosi a Catania il 27 ottobre 1945, e la cito perché proprio in
quella
occasione conobbi Aldo Grienti diciottenne”.
E, nel saggio La
nuova scuola poetica siciliana, così ricorda:
“Nel 1946, alla
scomparsa di Alessio Di Giovanni,
quel primo nucleo di poeti, che già comprendeva le voci più impegnate
dell’Isola, prese il nome del Maestro e si denominò appunto Gruppo
Alessio Di
Giovanni. Occorre però
dire che
non ci fu un manifesto, né l’ausilio di un apparato critico, né un
riscontro
adeguato sulla stampa, se si esclude la pubblicazione di alcuni testi
significativi
sui fogli catanesi a cura di Aldo Grienti: “Torcia a ventu” e “La sorgiva”.
E, riprendendo questo
ultimo punto, in un articolo datato
3 aprile 1986 su “La Sicilia” di
Catania, afferma:
“Aldo Grienti, ancora
ventenne, non esitò a pubblicare
sui fogli letterari catanese “Torcia a ventu” e
“La sorgiva” (1946-47)
i primissimi esiti artistici che avrebbero rivoluzionato il modo di
poetare in
Sicilia. E non inganni la modestia tipografica di quelle pubblicazioni,
poiché
dalle loro pagine provinciali i testi più significativi dovevano
confluire, nel
volgere di pochi anni, sulla più qualificata rivista romana “Il Belli” diretta da Mario Dell’Arco
e curata da
Pier Paolo Pasolini.”
Nella prima delle due
antologie menzionate, Poeti
siciliani d’oggi, Aldo Grienti
è presente con quattro componimenti: Sintirimi celu, Bizzocca, Ognina e Mi
scantu.
Antonio Corsaro,
nella nota critica in prefazione a Poeti siciliani d’oggi,
nei riguardi di
Aldo Grienti così si pronuncia: “La sua liricità meglio si attua quando
è volta
alla composizione di un conflitto [...] misurando il tono sintetico
interiore
nella felice corrispondenza del mezzo espressivo. Egli sa creare di
colpo
un’atmosfera, evocare un dato e subito investirlo di luce sofferta.”
Liricità realizzata
da Aldo Grienti, al pari di altri
autori del Gruppo,
con termini, espressioni, situazioni del tutto siciliani; che
pienamente
combina una forma autenticamente originale, innovativa e uno spirito
genuinamente siciliano:
“Stancari l’occhi
stunati / ni l’acqua affarata di li
zotti / (unni li stiddi sciacquanu la luci) / pi sintìrimi celu comu a
tia ...
/ Cusà ni quali funnu di jisterna / s’affuca lu me ruttami di suli?”;
“‘N cappeddu viola a
nnocchi di villutu / t’appara
du’ occhi micciusi: / sgagghi appuntati ni la peddi arrappata ... Lu to
tuppu
biancu si ‘nzerta / sutta li merguli e li frinzi ...”;
“E l’unni si
spirtusanu di scogghi, / si stràmmanu, /
si sfrìnzanu a linzudda ... La varca è sula: / li rimi abbannunati a li
du’
stroppi / sunnu du’ vrazza ciunchi ...”;
“Mi
scantu /
di li to’ capiddi bianchi / lavati cu
acqua di luna ...”.
Un linguaggio, questo
di Aldo Grienti, ricco di
strutture analogiche e simboliche, che vuole essere percepito piuttosto
che
spiegato, imbastito com’è di splendide pennellate:
il sole che si affoga in fondo a una cisterna, le onde che si bucano di
scogli,
i capelli lavati con l’acqua di luna.
“Pochi i versi, è
vero – si legge in un articolo
firmato da Nicolò D’Agostino, pubblicato a Palermo sul numero di aprile
1990
del mensile di Letteratura Dialettale Giornale
di poesia siciliana diretto da Salvatore Di Marco – perché in
effetti Aldo
Grienti non fu poeta di lunga militanza nell’area del dialetto
siciliano,
avendo trasferito, soprattutto negli anni Sessanta, nella poesia in
lingua
italiana e principalmente nelle arti figurative, le proprie vocazioni
artistiche. Ma questo non inficia il valore letterario della sua opera
di poeta
dialettale. Aldo Grienti – prosegue D’Agostino – era
“generazionalmente” nuovo,
rispetto alla poesia dialettale degli anni Trenta-Quaranta. Egli era
soggettivamente nuovo, e praticò subito (senza bisogno di rinnovarsi
perché né
aveva sostenuto o praticato poesia vecchia, né aveva nulla da
aggiornare ad un
modello poetico che in lui, giovanissimo autore, andava per la prima
volta prendendo
forma) un suo modo di fare poesia prima ancora che il vecchio, che la
tradizione,
lo contagiassero.”
Ecco ci sovviene Aldo
Grienti pittore; ma ne
parleremo più avanti. Troviamo piuttosto – e riportiamo – ulteriori
testimonianze
circa Aldo Grienti e i suoi testi.
“Ariu di
Sicilia – osserva Salvatore Di Marco in un pezzo pubblicato sul
numero di
Settembre 1988 di Giornale di poesia
siciliana titolato “Una occasione mancata” – fu fondato nel 1954 da
Pietro
Tamburello che ne assunse la redazione. Era un foglietto di quattro
pagine, che
usciva ogni mese e che durò esattamente da marzo a ottobre di
quell’anno.” E,
in prosieguo, quanto ai testi letterari pubblicati aggiunge: “In tutto
si
trattò di 115 poesie di 41 autori. Tra questi c’erano tutti i poeti che
si
riconosceranno quanto prima nel Gruppo Alessio Di Giovanni. Parlo di
Ugo Ammannato, Miano Conti, Aldo Grienti, Paolo Messina, Carmelo
Molino, Pietro
Tamburello e Gianni Varvaro.”
Il Manifesto
della nuova poesia siciliana
del
1989, nella sezione I poeti, propone
quattro componimenti di Aldo Grienti: Robbi di siccia, Ognina, Sira e
Rabi.
Arte e Folklore di Sicilia
di Catania (Alfredo Danese direttore) pubblica sul numero di
maggio-giugno 1996
la poesia di Aldo Grienti Robbi di siccia che, col titolo Frullare
d’ali nere, figura nella
traduzione – “proiezione” preferisce
Paolo Messina
– italiana su dove passa il Simeto, opera alla quale ci siamo
progressivamente
accostati.
Riproponiamo Robbi di
siccia, Sira e Rabi:
ROBBI DI SICCIA
Li mari s’accavarcanu
affarati.
Si stiranu
s’arrappanu
si storcinu
si scorcianu di
biancu;
e lassanu a li scirbi
sdirrubusi
pruvulazzu di sali.
Lu celu s’accupuna
a li negghi
c’arrancanu.
Sciurniari ntall’aria
d’ali niuri
comu sti robbi di
spiranzi nchiusi
fatti di siccia.
SIRA
Pi lu celu abbruscatu
sciddica
‘n occhiu sbarratu di
suli.
Sfilazzi stanchi di
nuvuli
mpinti a li
crucifissi di li crèsii
si vannu nsanguniannu
di tramuntu.
E lu silenziu scotula
supra la vita di
cimentu armatu
lu so passu di cinniri
mentri lu scuru
s’abbrancica
nta lu celu di ruggia.
RABI
Spazzi funnali
d’acqua
trasparenti di stiddi
su’ l’occhi toi
Rabi
ca tremanu di chiantu.
E lu suli li nfoca
e lu ventu li lava
e la notti li nfascia
di scuru e di disìu.
Ti vogghiu beni, Rabi:
comu lu suli ca ti fa
annurbari
di focu e di amuri
comu lu ventu ca ti
fa lavari
di lacrimi e di celu
comu la notti
ca li suspiri abbrazza
strincennuti di sonni
vagabbunni.
Rabi:
figghiu di la me notti
occhi ntrusciati di
mari e di favula.
La rivolta, la
rivoluzione alla quale a più riprese si
è fatto riferimento, ha spazzato via la ridondanza dell’aggettivazione,
l’oleografia
dei vezzeggiativi, la sclerosi della tradizione.
Dove passa il
Simeto contempla diciannove
poesie.
Colpisce, non appena
ci arriva tra le mani, la veste
editoriale elegante e ricercata, il carattere dorato sul campo rosso
(che
all’interno poi si invertiranno), la riproduzione, in copertina, di uno
dei
dipinti di Aldo Grienti.
Perché Aldo Grienti
è, negli anni della maturità, pittore.
Salvatore Lo Presti lo definisce “pittore
di schietto sentimento. Un sentimento che trasfonde nei suoi dipinti
con serena
compostezza, in una orchestrazione di colori che trasmutano in
romantiche
dissolvenze, soprattutto di grigi e verdi, creando visioni quasi
irreali. Egli
sente dentro di sé la nostalgia di un bene irraggiungibile e sogna la
conquista
di un felice approdo in cui bontà e amore affratellino veramente gli
uomini. E così
le sue “nature morte” (le quali sono piuttosto “personificazione” di
oggetti) e
i suoi “paesaggi” si illuminano di una tenue luce che carezza e assorbe
il
disegno culminando in quieti rossori. Luce che conferisce nobiltà e
bellezza a “visioni”
tenaci e suggestive, colte nelle assolate campagne di Sicilia, tra
impervi sentieri,
filari di alberi svettanti, casette sorridenti tra le lave dell’Etna.”
Sono presenti in
questo volume, ad opera di Andrea
Ciravolo, le riproduzioni a colori di ben undici tavole di Aldo
Grienti; lavori
eseguiti con svariate tecniche (pastello, olio, china, disegno, tecnica
mista, sanguigna,
cera) ricompresi però tutti – a eccezione di uno La casa rossa – nel lasso di anni
intercorrente tra
il 1982 e il 1986.
Introduce questa
pubblicazione, voluta da Fosca Laila
Grienti (la figlia di Aldo) all’indomani della morte del genitore
avvenuta il
12 marzo 1986 a
Catania, una autorevole testimonianza di Paolo Messina, dalla quale
traiamo:
“Qualcuno (uno
storico della nostra letteratura)
prima o poi dovrà pure far piena luce anche su quella nuova ouverture
siciliana.
Qui ne parlo perché Aldo Grienti vi esercitò una funzione di primissimo
piano e
perché la sua personale poetica (visione generale e prassi) cominciò a
prendere
forma allora nelle opere in siciliano di cui molte liriche di questo
libro sono
la proiezione. La prima impressione di lettura dei suoi testi, infatti,
è
quella di una insolita laconicità, di una concisione spartana, pur
nella
sufficienza espressiva che non lascia fuori pagina alcun residuo
immotivato.
L’ombra, i punti oscuri, semmai, sono tematici, sono altrove, nella sua
visione
prospettica del mondo ... Aldo Grienti era un poeta di rara coerenza filosofica
(ma non prigioniero di astratte convinzioni o di dogmi), egli non
correva
dietro alle mode, né mai si concedeva ai capricci della tribu,
ma
sperimentava la sua propria vita nell’arte senza mai farne spettacolo.
Occorre
anche precisare che le poesie qui raccolte nella loro più recente
proiezione in
lingua italiana furono composte nell’arco di un decennio (fra il 1945 e
il
1955)”.
E continua Paolo Messina, nell’articolo cui s’è
fatto
cenno in apertura di questo viaggio “balza subito in evidenza che lo
scarto fra
i testi originali in siciliano e questa “proiezione” in italiano
risulta
minimo, che il dialetto non era più portatore di una “cultura
subalterna”, ma
si era innalzato alla ricerca di “contenuti” (e quindi di forme) su più
vasti
orizzonti di pensiero. Sicché con lui (e con gli altri poeti definiti
allora
“neoterici”) la poesia siciliana toccava il punto di non ritorno,
aboliva ogni
pregiudiziale etnografica, pur restando (linguisticamente) siciliana.”
Ben oltre l’omaggio
filiale – di cui pure ha insiti i
tratti del dovere e dell’orgoglio e
dell’amore – questa silloge, allora, perviene!
La sua trama soffusa
accomuna natura, sogno, angoscia
del vivere ... la sintesi tutta della fatica e della grazia di essere
uomini:
“Il mare sorregge /
una curva tagliente di cielo. /
... voglio smorzare / le stelle con le dita / voglio posare sul palmo
aperto /
una lacrima di luna”;
“m’illudo / e prendo
a calci / un brandello di sogno
/ per interrompere / l’angoscia di vivere. / E’ inutilmente giorno /
con un
cielo così.”;
“se non c’è più una
stella / dove appendere i miei
sogni?”,
“tutto è rimasto
com’era / le case che sembrano
stalle / la gente coi volti di lava / ... il sole che brucia la carne /
la
piana che t’entra nel sangue.”
Il Simeto sfocia
alfine nello Ionio.
non hai ali
che per te
Lune accese
e notti sempre chiare
tu vuoi
uccello vagabondo
per le tue ciglia
piagnucolose.
Ma stasera la luna
rompe i cerchi gialli
dentro lo stagno
della noia.
E tu non hai ali
che per te.
So che rubi
il tuo pianto alle
stelle
so che racconti
alle crepe infocate
delle rupi
pene che non sono tue
so che ...
(Negli occhi tuoi
d’azzurro
non hanno senso i
ricordi.)
E piagnucoli.
Dio quant’acqua
stasera
nei tuoi occhi
uccello bugiardo ...
Tu che non hai ali
che per te.
Aldo ... nella Poesia.

***
PARTE SETTIMA
NINO ORSINI
Un’avventura poetica
condotta
con discrezione
“Nino Orsini – fissa
Pietro Mazzamuto nella sua relazione
al Convegno tenutosi a Palermo il 30 novembre 1995 – ebbe coscienza per
tutta
la vita di essere poeta e scrisse, attingendo alla sua condizione di
uomo e di
siciliano, sempre versi in dialetto.”
Giusto a partire da
questa enunciazione intendiamo rievocare,
a quasi trent’anni dalla scomparsa, la figura e l’opera di Nino Orsini
(Palermo
1908-1982).
Agli inizi degli Anni
Trenta, Nino Orsini frequenta Ugo
Ammannato, Emilio Ruisi, Pietro Tamburello. Il “Giornale di Poesia
Siciliana”, nel numero
di giugno 1988, propone, a firma
di Pietro Tamburello, un ricordo di Vito Mercadante: “Tra le mie cose
più care conservo
uno foto (del 1933, riprodotta in calce all’articolo) in cui, con Nino
Orsini e
altri amici, ci stringiamo intorno al suo sorriso nel giardino della
sua casa. Qualche
anno ancora e la poesia siciliana avrebbe perduto la dolcezza di quel
sorriso.”
Con Ugo Ammannato,
Nino Orsini aderì al cenacolo fondato e
diretto nel 1932 dal poeta e critico antifascista Santi Sottile
Tomaselli, ed
entrambi collaborarono al quindicinale “Sicilia bedda” che il cenacolo pubblicava,
preferendolo al “Po’
t’ù cuntu” di
Peppino Denaro e Giuseppe Ganci Battaglia che pure era in auge.
Quattru
zuttati,
lavoro d’esordio di Nino Orsini,
vide
la luce in Palermo nel 1934. Con prefazione dell’autore, esso si
articola in una
prima parte che raccoglie nove ottave e un sonetto e in una seconda
parte
costituita da uno scherzo poetico in due canti per complessive
quarantadue ottave
siciliane titolato La cursa.
A questo punto,
quanto alla sua partecipazione al Gruppo Alessio Di
Giovanni si rimanda al
primo saggio di questa serie.
“Leggendo la poesia
di Nino Orsini – registra Orazio
Roncisvalle, in Atti del III Convegno dei Poeti e scrittori dialettali
siciliani, edizioni “Arte e Folklore di Sicilia”,
Catania 1985 – comprendiamo bene la grande difficoltà in cui hanno
operato i
nostri poeti alla fine della guerra, e la necessità che loro si è
presentata di
tracciare nuovi sentieri per la nostra poesia”.
Lu pupu,
del
1958, è un libretto contenente otto liriche in dialetto siciliano per
la morte
di un bambino, figlio del poeta.
Sul n°2 di “La Fiera
Dialettale”, pubblicato a Roma nell’ottobre 1970,
Salvatore Di Pietro afferma: “In
quest’ultimo dopoguerra a Catania e a Palermo si è avuta una splendida
fioritura di poeti. La caratura di questi poeti autentici lasciamola
stabilire
in altra sede. A noi importa richiamare questi nomi, l’uno accanto
all’altro,
perché nei contemporanei non se ne offuschi il ricordo, perché essi
brillino
nell’intero arco della poesia dialettale italiana. E sono tanti questi
poeti …
a Palermo: Giuseppe Denaro, Giovanni Girgenti, Gianni Varvaro, Nino
Orsini,
Pietro Tamburello.”
Dopo questo ampio excursus
sulle coordinate storiche entro le quali si è compiuto il percorso
formativo di
Nino Orsini, desideriamo puntare la nostra attenzione sulle opere che
riteniamo
siano le più riuscite: Quaderno di poesie
siciliane, Poesie, Altre poesie e
Ancora poesie, le opere della sua maturità, di uomo e
di artista. E
ciò nel convincimento che si tratta – almeno nei momenti di eccellenza,
e ve ne
sono parecchi – di lavori incredibilmente moderni, che a nostro avviso,
al fine
di rendere merito a Nino Orsini e giustizia alla Poesia, la critica
dovrebbe avere
cura di rivalutare.
Quaderno
di poesie
siciliane fu pubblicato a Palermo nel 1968: sessantaquattro pagine
per appena
ventotto componimenti, in massima parte di breve stesura, composti nel
decennio
tra il 1958 e il 1968, con a fronte la traduzione in lingua italiana
fatta da
Paolo Messina, al cui suggerimento si deve anche il titolo della
raccolta, che
muove “dagli affetti familiari, dagli urti sociali, dalle esperienze
quotidiane”.
“Ju
sugnu un picciriddu / chi sta ni la finestra / d’un palazzazzu anticu,
/ unni
sempri si cercanu / d’appuntiddari trava / pi nun lu fari cadiri.” Nino
Orsini
ha sessant’anni. La sintesi lirica tra l’innocenza di ju
picciriddu e il sussiego del palazzazzu
anticu non è pertanto da discernere nel detrimento
anagrafico-generazionale.
L’animo fanciullino custodito in un vetusto tabernacolo non funziona.
Piuttosto,
in virtù di quanto finora detto, eleggiamo la tesi dello scrittore
“nuovo” (picciriddu) che calza i panni di un
millenario (anticu) idioma. Una lingua –
se proprio vogliamo impuntarci su
questo termine, quantunque pure l’appellarlo dialetto nulla gli sottrae
e
niente affatto lo diminuisce – la cui dovizia, duttilità, bellezza sono
tutte
nella disponibilità, negli strumenti, nell’estro di Nino Orsini, il
quale artefice
esperto la adopera, con sapienza la forgia per distillarne i contenuti
e (ancor
più) le forme che gli urgono. Una lingua
nondimeno di cui – al pari di altri autori del secondo
dopoguerra: Buttitta, Tamburello, Tartaro, Mazza – il Nostro ripropone
il
dramma in atto della progressiva, ineluttabile scomparsa;
un idioma che si rende necessario “appuntiddari
… pi nun lu fari cadiri”.
Tutti
noi ci
imbattiamo nelle “cose”. Ma al Poeta, al suo avvertito
“mestiere”
s’impone di più: s’impone che esse vadano agguantate e metabolizzate,
s’impone inoltre che esse trovino ogni volta – per
la sua “penna” – una propria, originale connotazione estetica. Ecco
allora il
dettato di Nino Orsini s’affranca dai catenacci della tradizione e dal
loro
arrugginito riverbero, dalla secolare frequentazione del folklore e
dalle trame
del ricordo, dal luccichio del barocco e dalla leziosaggine della rima,
e
imbocca la pratica dell’introspezione su se stessi, sulle cose che gli
(e ci)
“vivono” attorno, sui misteri del nostro collocarci al cospetto della
vita e della
morte. Pratica cui, per antinomia, s’addice una formulazione leggera.
Al bando
dunque le tessiture ridondanti, i fiumi di parole, gli arrembanti
volumi sonori,
e spazio – a motivo della loro cifra minimalista, per usare un
attributo in
voga solo in epoche più recenti – a strutture agili, snelle, acconce al
perfezionamento
della svolta del Rinnovamento della Poesia Siciliana Dialettale; svolta
alla
quale con lucida determinazione egli si è votato. D’altronde contenuto
e forma,
significato e significante, intuizione ed espressione vanno, devono
andare, a
braccetto, giacché, condividiamo quanto testimonia Salvatore Camilleri:
“Non c’è risoluzione
dei problemi formali senza
risoluzione all’interno della coscienza, non c’è versante espressivo
senza
versante umano, non c’è arte senza vita. La poesia nasce sempre
nell’ambito
della sua dimensione storica, esistenziale e umana, non mai
dall’esercizio fine
a se stesso, dal nulla”.
“L’avventura poetica
di Nino Orsini – sottolinea Salvatore
Di Marco – è condotta con discrezione di toni, con umiltà di temi, con
umana
modestia. Il suo poetare è semplice, e il linguaggio arriva alle sue
più
limpide nudità semantiche. Aldilà delle ingenuità dei temi ci sono la
umanità e
la filosofia del poeta Orsini.”
I toni dimessi delle sue liriche non facciano, quindi, sì che
noi le si
prenda sottogamba, che non si colga o si smarrisca la piena
consapevolezza da
cui il poeta muove, con ogni cellula della sua complessione, alla
ricerca di inediti
accostamenti di parole, più avanzate suggestioni estetiche; in
definitiva di nuova
poesia dialettale siciliana. Giacché – uniamo la nostra voce a tante
ben più
autorevoli – gli esiti non sono dovuti “al caso, alla ispirazione, al
falso
credo del poeta nascitur”, bensì sono
provento di intelligenza, frutto di faticosa conquista, ricompensa dell’esercizio
giornaliero.
L’apparente
fragilità, l’esile
misura, lo spazio “zippato” sulla pagina profilano l’uomo, allestiscono
i suoi
senso e modo di consistere in materia e in pensiero, sono il suo
tramite di rapportarsi
con gli altri esseri viventi, per armonizzarsi alle meraviglie
dell’universo, per
comporre una partitura i cui movimenti – l’uomo, il creato e il
Creatore – abbiano
un’unica alta trascendentale scaturigine. In tale contesto le incantate
osservazioni, i reiterati punti di domanda, i riferimenti all’aldilà
finiscono
col configurare il naturale link fra
sé e il mondo, sé e il tempo, sé e l’universo. Tanto che, nel commento
dedicato
in Poeti Siciliani d’Oggi, Antonio
Corsaro così si pronuncia: “Nino Orsini ha il privilegio di
meravigliarsi
dinnanzi ai fatti più comuni, ma che per lui sono densi di misteriose
evocazioni.”
Ma, scorriamo una rapida panoramica
di quegli esiti, confidando che, pure nella loro schematicità, possano
affiorare
nei lettori quelle “vibrazioni” che si sono generate in noi: “Davanti
a
la me porta … na zotta d’acqua … (è) sbalancu di celu a li me’ pedi”; “Na cammisedda rosa / e un
paru di
scarpuzzi … appiru lu curaggiu / di ‘mpìnciri lu suli / pi tutta la
jurnata”; “Un
ucchiddu di celu / ntra na jurnata nivura, / mi tratteni appricatu /
comu si
quarchi cosa / chi vaju circannu sempri / mi putissi accumpariri / sulu
di dda
gnunidda”; “Pigghiati ccà, muntagna: / na petra ti cadiu!”; “La notti va circannu /si c’è
scurdatu
nenti strati strati / e ’un s’adduna di mia!” Persino un soggetto
classico quale
l’amore è rivisitato da una angolazione singolare: lei è l’acqua affruntusa e nuda, e lui è il sole “masculazzu
… (che) … a forza di vasalla, / si l’acchianò ‘ncelu … e ci accattò na
vesta /
bianca di nuvula.”
Tutto bene parrebbe.
Eppure, inopinatamente, Nino Orsini
indugia; il sospetto si insinua. Egli arresta (quasi) il suo cammino:
medita sulla
sua poesia. E paventa che, malgrado l’ufficio profuso, i risultati
possano poi
non venire, non vengano comunque riconosciuti: “Lu scantu miu è chi
all’urtimu
… la me strata ‘un spunta.”
Tra i molteplici
spunti di riflessione che la poesia di
Nino Orsini offre, sui quali tuttavia non staremo a soffermarci,
l’adozione del
verso libero e del criterio etimologico di trascrizione delle parole,
la
brevità delle liriche che rasenta talvolta l’aforisma, la sostanziale
pulizia
ortografica, il plurale dei sostantivi, eccetera.
Poesie,
pubblicato dalle Edizioni Koinè di Palermo nel 1970, con traduzione in
italiano
e prefazione di Paolo Messina, è una raccolta di lavori composti tra il
1969 e
il 1970: “Sempri robi stinnuti / ci sunnu a la me casa: / fannu comu li
pazzi
vidennumi spuntari / di centu migghia arrassu”; “Difficili / scipparicci a lu
tempu / na cosa di li manu, /
chi teni stritti / sempri”; “Na vuci d’acidduzzu / l’arrinisciu a
cunvinciri /
ddi trona sciarritteri / a fari paci tutti!”
La dignità umana, la
giustizia sociale, la solitudine
esistenziale, i motivi più frequenti. E il profilo, che s’allunga,
della morte:
“Na strata tantu larga / ca ci capemu tutti, / all’urtimu finisci /
tantu
stritta / c’ognunu / pi passaricci / si ci havi avvinturari / sulu”; e
finanche
lo stadio a essa successivo: “Ci fussi di nfuddiri / si quarchi vermi,
un
jornu, / s’avissi a ricurdari / d’essiri statu iu!” Tema, quest’ultimo,
ripreso
nella silloge immediatamente consecutiva: “Doppu morti, / quannu si
nasci
arreri / videmu si ti piaci / dintra la stissa grasta: / n’attocca
essiri ciuri
/ a nuatri dui, sta vota!”, e che introduce alle dottrine
dell’immortalità
dell’anima, alla metempsicosi, alle
successive reincarnazioni
necessarie – concepite da Platone – per
espiare una
colpa originaria e pervenire quindi allo stato di eterna e immutabile
beatitudine. Dottrine parimenti distintive del buddismo, per il
quale si può rinascere in nuove esistenze,
siano esse umane che
animali.
Tra i quarantasette
testi almeno due sono, a parer nostro,
chiari masterpieces. Marzu:
“Ogni tantu / lu suli / duna na taliata / pi sapiri unni sugnu.
/ Mi fa
la ‘mprissioni / ca si scanta / d’un truvarimi / chiù! / Pi chistu /
c’ogni
vota / scappu pi fora allura, / pi farimicci vidiri; / iddu si metti a
ridiri /
e m’accarizza / tuttu”; La festa: “Tutta la casa addumu /
quannu ‘un c’è
nuddu dintra: vogghiu fari la festa! / Di na cammara a n’autra / mi
fazzu
caminati / pi farimi guardari / di tutti li me’ specchi, / comu si
stassi puru
/ turnannu di la luna, / di la me vera luna, / la me luna picciotta; /
c’avianu
ancora a nasciri / chisti chi ci acchianaru, / quannu ch’iu ancora nicu
/ già
ci sapia discurriri!”
Altre
poesie,
pubblicato a Palermo dal Centro Pitrè, è del 1976; sessantaquattro
testi senza
prefazione: “Fa girari
la testa /
a pinsari la strata / chi sta facennu a st’ura, / p’addivintari anima /
d’ogni
cosa chi nasci!”; “a … st’acidduzzi / ca vennu a taliarimi / ogni
matina … ci
paru … comu s’iu fussi … nchiusu dintra na gàggia / e chi ‘un ni sacciu
nesciri”,
“Nicu è fattu lu munnu, / nun ci capemu chiù. / Pirchì ’un si fa la
prova / a
staricci abbrazzati?” Divinatori i versi: “La
me pillicula, / chi quarchidunu gira / di quannu chi nascìi, / e secuta
a
girari / pi nsin’a quannu moru”, ante
litteram de “Il Grande Fratello” e in specie de “The Truman Show”.
Il Circolo Eden
nacque a Palermo nel 1980 e riuniva i
poeti palermitani Nino Orsini, Antonio Emanuele Baglio, Giacomo
Cannizzaro,
Alberto Prestigiacomo e qualche altro. Ancora
poesie, ottanta componimenti senza prefazione, pubblicato a Palermo
dal
Cenacolo Eden, è del 1981: “Quantu ci staiu attentu / a cunsignari
chinu /
(senza mancu pirdirinni / na guccia strati strati) / ddu bicchireddu
d’acqua / chi
quarcunu m’affida / pi chiddi chi m’aspettanu / e morinu di siti”; “Si tu v’ammazzi genti / chi
nun t’ha
fattu nenti / e mancu la canusci, / ti vesti di midagghi; / ma si ci
tocchi a
unu / ca ti lassa dijiunu, / trent’anni di galera / nun ti li leva
nuddu!”; “Nun
mi fici chiù dormiri / lu cannolu sfasciatu / di dintra la cucina! / …
scurria
l’acqua, stanotti! / Paria ca stamatina / nun n’aveva agghiurnari /
mancu
anticchia pi biviri!”; “Ogni
matina / nun mi pari l’ura / di vidiri / cu quali facci agghiornu!”
“Il percorso lirico
del rinnovamento orsiniano – aggiunge Pietro
Mazzamuto nella relazione cui s’è fatto cenno in apertura – non si
esaurisce
nell’ammodernamento tematico e stilistico. Il nostro poeta è calato
nella
storia e nella cultura del Novecento molto più di quanto non appaia da
queste
innovazioni. Nino Orsini sembra partecipe di quanto accade in fatto di
ulteriore rottura e persino di avanguardia. Se guardiamo a certe
ricorrenze
della letteratura siciliana, troviamo talune estrose, ma certamente
sperimentali e fortemente innovative, per non dire avanguardistiche,
invenzioni
dell’intelligenza letteraria siciliana, quale indubbia risposta
tematica al
perenne disordine socio-economico e al perenne stravolgimento
esistenziale
dell’uomo siciliano. Si spiega così perché gli ultimi poeti siciliani,
soprattutto dialettali, riprendano con rinnovata lena il fantasma del
caos, del
disordine del mondo, proprio perché la vita siciliana è rimasta
nell’assurdo e
nel paradosso, nel nulla e nel vuoto. In questa temperie si ritrova
anche Nino
Orsini per giungere all’ultimo traguardo sperimentale del suo
rinnovamento; una
sperimentazione che non investe tutta la struttura della sua
ispirazione, ma offre
qua e là alcuni montaggi abbastanza significativi di tempi e spazi
stravolti o
capovolti sino al limite dell’assurdo o del paradosso.”
Il Manifesto
della nuova poesia siciliana, edizione Arte e Folklore di
Sicilia, Catania 1989, pubblica in varie sezioni cinque suoi
componimenti e il “Giornale
di poesia siciliana”, nel numero di novembre 1992 in ricordo di
Nino
Orsini a dieci anni dalla morte, quattro testi tratti da Quaderno
di poesie siciliane.
Giusto per gli
inconsueti itinerari che esplora, la “mano”
di Nino Orsini non è stata esente da mende, ingenuità, ripiegamenti (le
presenze non del tutto debellate di diminuitivi, vezzeggiativi,
apicetti e, per
inciso, i numerosissimi – per stupore, enfasi, genuinità – punti
esclamativi). Quello del “Rinnovamento”,
annota in proposito Salvatore Di Marco,
fu un “processo letterario di emancipazione né facile né
omogeneo, in
cui il passaggio dal vecchio al nuovo non poteva escludere una fase di
coesistenza fra ciò che della tradizione vernacolare sopravviveva e ciò
che
della nuova poetica cercava più sicure formalizzazioni liriche.”
Ciò malgrado, rimane
il dato inconfutabile della concreta realizzazione
di questa poesia, della sua validità, del messaggio – che ne tracima –
che la
poesia non ha limiti altri che quelli del suo creatore, e non già
quelli del canone
deputato a esprimerla.
I traguardi a cui
Nino Orsini è approdato sono stati straordinari.

***
PARTE OTTAVA
curaddi di CARMELO MOLINO
“Si erano avvicinati
alla nuova realtà poetica
siciliana Aldo Grienti e Carmelo Molino. Giovane il primo, con inizi
martogliani presto rifiutati; già negli anta
il secondo, passato attraverso le comuni esperienze catanesi
martogliane-scandurriane,
il quale, agli inizi degli anni Cinquanta, trovava finalmente una
propria
misura attraverso la presa di coscienza che gli veniva dalla coraggiosa
rottura
di Paolo Messina e dalla lettura di Garcia Lorca”.
Così Salvatore
Camilleri sul Manifesto
della nuova poesia siciliana, Catania 1989.
Ma a quale “nuova
realtà poetica siciliana” Salvatore Camilleri allude?
Nel 1945,
ragguaglia Salvatore Di Marco nel
pezzo Una occasione mancata uscito sul “Giornale di
poesia
siciliana”, numero di settembre 1988, Federico De Maria aveva
“rilanciato la
poesia dialettale siciliana attraverso affollati incontri con il
pubblico
nell’Aula Gialla del Teatro Politeama di Palermo. E nei poeti che vi
partecipavano si era diffuso sin da allora il rifiuto della vecchia
poesia
dialettale e un bisogno ancora indistinto di cambiamento. Questi
incontri,
indetti dalla Società Scrittori e Artisti di cui De Maria era il
presidente e
organizzati da Ugo Ammannato e Pietro Tamburello, furono chiamati – per
suggerimento di quest’ultimo – Ariu di Sicilia. Allorquando nel
1953
quel gruppo di poeti riunito da comuni idealità di rinnovamento
letterario e
culturale, constatata l’impossibilità di condurre in Sicilia un
discorso di
poesia nuova attraverso le pagine del Po’
t’ù cuntu,
pensò quindi di darsi un proprio foglio di proposta e di battaglia
letteraria,
Pietro Tamburello volle chiamarlo appunto Ariu
di Sicilia. Ariu di Sicilia fondato
nel 1954 da Pietro Tamburello che ne assunse la redazione, era un
foglio di
quattro pagine, che usciva ogni mese e che durò esattamente da marzo a
ottobre
di quell’anno. Visse il suo breve tempo in povertà di mezzi finanziari
e fu un
semplice inserto del Po’ t’ù cuntu. I
testi pubblicati furono 115 di 41 autori. Tra questi c’erano tutti i
poeti che
si riconosceranno quanto prima nel Gruppo Alessio Di Giovanni: Ugo
Ammannato, Miano Conti, Aldo Grienti, Paolo Messina, Carmelo Molino,
Pietro
Tamburello e Gianni Varvaro. Meno costanti ma presenti: Ignazio
Buttitta,
Salvatore Di Pietro, Nino Orsini, Elvezio Petix”.
Carmelo Molino nasce
a Catania l’8 maggio 1908 e muore
il 22 marzo 1984.
Nel 1952 viene
incluso nel volume, impresso per le
edizioni Guanda di Parma, Poesia
dialettale del novecento a
cura di Mario Dell’Arco e Pier Paolo Pasolini, con studio introduttivo
dello
stesso Pasolini, il quale definisce “felice” il
suo componimento Stazioni di campagna.
Di lì a poco, luglio 1954, Leonardo
Sciascia, sulla rivista romana “Il Belli” che andava divulgando
poesie in dialetto
delle varie regioni, annota che “Molino nobilmente sconta le poetiche e
gli
estri dell’arte moderna e una vena nostalgica, umbratile e
crepuscolare”.
Nel 1955, per I quaderni di Galleria, diretti da
Leonardo Sciascia per le Edizioni Salvatore Sciascia di Caltanissetta,
Carmelo
Molino dà alle stampe Curaddi. Questa
risulta essere la sua unica opera edita. Abbiamo tuttavia contezza che
egli abbia
inoltre scritto per il teatro dialettale nonché numerosi testi per
canzoni, il
più noto dei quali musicato da Alfio Di Mauro è Marranzanata,
e soprattutto che giace, nella custodia dei figli, una
sua raccolta di inediti.
Nel 1957, unitamente
ad Aldo Grienti, Carmelo Molino è
il curatore dell’antologia Poeti
siciliani d’oggi, Reina Editore in Catania. L’antologia, con
introduzione e
note critiche di Antonio Corsaro,
raccoglie, in ordine alfabetico, una selezione dei testi di diciassette
autori:
Ugo Ammannato, Saro Bottino, Ignazio Buttitta, Miano Conti, Antonino
Cremona,
Salvatore Di Marco, Salvatore Di Pietro, Girolamo Ferlito, Aldo
Grienti, Paolo
Messina, Carmelo Molino, Stefania Montalbano, Nino Orsini, Ildebrando
Patamia, Pietro
Tamburello, Francesco Vaccaielli e Gianni Varvaro. Ma prima, nel 1955,
quando a
Palermo, a cura del Gruppo Alessio Di Giovanni vede luce l’antologia Poesia dialettale di Sicilia, Molino è
tra i protagonisti assieme con: U. Ammannato, I. Buttitta, M. Conti,
Salvatore
Equizzi, A. Grienti, P. Messina, N. Orsini e P. Tamburello.
“Oggi la poesia
dialettale – sostiene fra l’altro Giovanni Vaccarella
in prefazione a Poesia dialettale di Sicilia – è
poesia
di cose e non di parole, è poesia universale e non regionalistica, è
poesia di
consistenza e non di evanescenza. Lontana dal canto spiegato e dalla
rimeria
patetica, guadagna in scavazione interiore quel che perde in effusione.
Le
parole mancano di esteriore dolcezza e non sono ricercate né preziose:
niente
miele e tutta pietra. Il lettore di questa poesia è pregato di credere
che nei
veri poeti l’oscurità non è speculazione, ma risultato di un processo
di pene
espressive che porta con sé il segreto peso dello sforzo contro il
facile,
contro l’ovvio. Perché la poesia non è fatta soltanto di spontaneità e
di
immediatezza, ma di disciplina. La più autentica poesia dei nostri
giorni è
scritta in una lingua che parte dallo stato primordiale del dialetto
per
scrostarsi degli orpelli e della patina che i secoli hanno accomunato,
per
sletteralizzarsi e assumere quella condizione di nudità che è la sigla
dei
grandi.”
E
Paolo Messina,
nell’articolo-recensione
apparso il 21 maggio 1955 sul periodico romano “Il contemporaneo”, nello
specifico di Molino, asserisce: “si può notare la cristallizzazione
suggestiva
di Carmelo Molino che da un’intima maturazione di un romanticismo
universale e
inconscio trae accenti essenziali densi di fascino e di colore.”
Poeti
siciliani d’oggi, dichiara Salvatore Camilleri in prefazione a Poeti siciliani contemporanei del 1979, definendo
quell’antologia antesignana
del rinnovamento della poesia siciliana, “fu
il libro che mise definitivamente una pietra sul passato. Le idee si
erano
fatta strada, avevano raggiunto i poeti in ogni angolo della Sicilia,
anche i
più solitari, i meno propensi a mutar pelle, e li avevano costretti a
ragionare.
E così, nell’ansia polemica del rinnovamento, all’eccessivo
sperimentalismo
formale e al gusto funambolico dei più avanzati seguì l’abbandono
dell’ottava e
del sonetto, divenuti solo strumenti propedeutici; a un più deciso
lavoro sulla
parola e sulla metrica seguì, da parte anche dei più retrivi, il
rifiuto dei
moduli tradizionali. Da questo travaglio, dai più avanzati che volevano
romperla totalmente con il passato, ai moderati che volevano innestare
le nuove
idee nell’albero della tradizione, nacque la poesia siciliana moderna,
anche
grazie alla conoscenza che i più ebbero del simbolismo francese e
dell’ermetismo italiano”.
Carmelo Molino
vi partecipa
con tre componimenti: Nna li me’ vrazza,
Cilanca, Stazioni di campagna. Antonio
Corsaro nella nota afferente al Nostro così si pronuncia:
“Molino è dotato
del più puro dono fantastico. Essendo anche pittore, consegna un
realismo
magico con suggestione allucinata. Le remote radici di questo sicuro
poeta sono
da cercare tra i greci, i monodici, nelle loro isole melodiche assolate
d’amore. Sotto la patina del suo moderno sicilianismo sentite scorrere
quel
fiume intatto, quella ellenica e mediterranea eleganza morale. Molino è
un
grido, un sogno immobile nella fiamma implacabile, con lacrime di
fuoco”. Con non comune acume, Corsaro focalizza
almeno tre dei cardini: 1) la qualità di “sicuro poeta”; 2) l’“eleganza morale”; 3) la moderna sicilianità
nella “remote radici”, che edificano la figura di Carmelo
Molino.
Ciò detto,
occupiamoci altresì, succintamente, di talune
peculiarità in ordine alla scrittura di Curaddi,
volumetto del 1955 che contiene diciotto poesie “costruite con una
sintassi
nuova e nuove nella espressività” (“Arte e folklore di Sicilia”, numero
di settembre-ottobre
1983), tutte in versi sciolti, con traduzione in italiano in calce,
comprese in
poco più di 30 pagine.
“Stasira / ca l’ariu
vasciu e
scuru lagrimija …”
Rileviamo
l’impiego della “j”
congiuntamente alla “i” per i verbi la cui desinenza è in “ari”
preceduta dalla
“i”; indice che talune scelte, benché nell’ambito della basilare
concordanza di
indirizzi insita al Gruppo Alessio Di Giovanni, rimangono comunque
individuali.
Gli esempi valgono più di tante parole: annaculija, vastunija, filija,
fumija,
tuppulija, alitija, passija …
La “j” è un
segno che ha sovente
suscitato l’attenzione degli studiosi. Salvatore Giarrizzo, nel Dizionario etimologico siciliano,
definisce la “j” semivocale latina. Se viceversa fosse, come da altri
sostenuto, una vocale la “j” dovrebbe ubbidire alla regola di tutte le
vocali,
a quella cioè di fondersi col suono della vocale dell’articolo che lo
precede,
dando luogo all’apostrofo. Così come noi scriviamo l’amuri (lu amuri)
dovremmo
pure scrivere l’jornu, l’jiditu … cosa che nessuno si sogna di fare,
appunto
perché, non essendo la “j” una vocale non vi è elisione, e quindi non è
possibile
l’apostrofo, il quale si verifica all’incontro di due vocali e mai di
una
vocale e di una consonante.
Il raddoppio
della
consonante iniziale non è, in linea di massima, contemplato dalla
ortografia
del gruppo, eccettuate
sparute eccezioni. In Curaddi riscontriamo
il raddoppio della consonante “c” in “ccu”, preposizione, e
nell’avverbio “cchiù”:
ccu na muragghia, ccu li varvi, cchiù boni, cchiù russi, e della “p”
nella
preposizione “ppi”: ppi la virgini, ppi curari, ppi buzzeddi.
Viene bensì
adottata la singola
consonante “n” sia per la preposizione “na”, na stu disertu, na lu
scaru, oltre
che negli esempi qua e là annoverati nella odierna esposizione, sia per
l’articolo indeterminativo femminile: na spiragghia, na cicala, na
campana.
Li
tò pedi, li soi spicchiali, li me cori, e nel verso appena successivo
del
medesimo elaborato a pagina 19, li mè centu cori, nonché al singolare,
la me’
china, la sò campanedda, lu me pani, la mè casa, con evidenti
discordanti
soluzioni ortografiche; sarebbe stata più opportuna, quindi, una
maggiore oculatezza
quanto alla ortografia dell’aggettivo possessivo nelle sue diverse
articolazioni.
Analogamente, per la
terza persona plurale del
presente indicativo del verbo essiri: unni sù, li strati sù mari, li
mura sù
pedi d’aranciu, sarebbe stato più conveniente l’apicetto a indicare il
troncamento
in luogo dell’accento, considerato che di apocope si tratta, della
caduta ovvero
di una consonante (sù sta per sunnu: sono) e non della accentazione
della vocale
“u”. Del resto, una simile circostanza è stata ben risolta, alla pagina
29, in:
tu si’ l’aratu, si’ verbo per sei, seconda persona singolare del
medesimo tempo
e modo.
Ciatu, ciuriu,
cianciani. Molino usa
la nostra “c” dolce strisciante senza ricorrere ad alcun distinguo
grafico che
ne estenda la pronuncia. Segno, la “c”, derivante dal “fl” latino, flatus, flos, flumen e
di
conseguenza in Siciliano: ciatu, ciuri, ciumi, che altrove e in altri
tempi è
stato graficamente reso con la “x”, “xh”, “ç” o con “sc”, ma che,
mutuiamo da
Corrado Avolio in Introduzione allo
studio del dialetto siciliano,
“ultimamente, in una radunanza di dotti cultori di lettere siciliane
tenuta a
Palermo, si stabilì di trascriverlo con “c”.
“Mari” è fra i
termini più assidui dell’intera silloge.
Lo si può appurare, oltre che dagli stralci dei versi man mano citati,
per
tutto il libro. La natura poi, la fauna e in specie la flora – il poeta
catanese, assevera Salvatore Camilleri su “Arte e folklore di Sicilia”, numero di luglio-agosto
1990, trasse
da Garcia Lorca, rivivendolo sicilianamente, l’amore per il folklore e
per il
paesaggio – sono diffusissime in un variegato quanto dinamico
ventaglio:
chiuppu, cerzi, frassini, pira, alivi, aranci, paparina, ventu,
calippisi,
suli, campagna, stiddi, alba, marusi, celu, giardinu, rosi, zagri,
rusignolu,
luna, sardi, anciovi, menta, canni, curaddi, munti, chiappari,
larunchi, cicala,
vajazza.
La liricità permea
tutta l’opera:
Stasira / ca l’ariu vasciu e scuru lagrimija … tuttu accumpagna / na
nota disulata
/ di silenziu (Stasera / che l’aria bassa e scura va lacrimando … tutto
accompagna
/ una nota desolata / di silenzio); la campagna ascuta / lu rusariu di
li
larunchi (la campagna ascolta / il rosario delle rane); veli / servunu
pp’aggiuccarisi li stiddi (vele / servono per appollaiarvisi le
stelle); la
scugghera / si ‘ncignò li pinnenti / di virdulidda nova (la scogliera /
ripopolò
gli orecchini / di nuova erbetta); lu mari è na campana / ca sona a
gloria … accussì
granni / ca na li soi spicchiali / ci nata l’universu (il mare è una
campana /
che suona a gloria … tanto grande che nel suo specchio / nuota
l’universo); la
luna na li notti granni / ca si cerca idda stissa e non s’attrova (la
luna nelle
notti vaste / che cerca se stessa e non si trova); di suli, di luna, di
stiddi
/ è fatta la mè pena (di sole, di luna, di stelle / è fatta la mia
pena); un
regnu di curaddi … unni non trapana / lu lustru di li stiddi (un regno
di
coralli … dove non penetra / il chiarore delle stelle); na li celi / la
prima stidda
mi dici na minzogna (nel cielo / la prima stella mi dice una menzogna);
un
lettu di sciara / cu linzola di chiappari ciuruti (un letto di lava /
con
lenzuola di capperi in fiore).
Tali e altri fausti
esiti, che restituiscono alla
parola una propria originaria verginità fatta di senso, di suono, di
colore e ricca
di polivalenze, mettono in pratica quanto sospinto da Salvatore
Camilleri: “Una
continua ricerca di esperienze formali, in cui l’analogia gioca la
parte
principale nel creare situazioni liriche e contatti tra evidenze
lontanissime”,
e comprovano il concreto impegno del Nostro, la risolutezza a cogliere
la
sfida, l’essere, insieme a non molti altri invero, avanti nei tempi.
Ogni innovazione
costa, in ogni epoca, fatica, studio,
consapevolezza … rischio. Riportiamo un episodio, appreso da Paolo
Messina, che
documenta l’alone di sospetto e l’avversione che da certe frange più
retrive montò,
oltre cinquant’anni fa, nei confronti di coloro che si votarono al
cambiamento:
“Un jornu vinni ‘n Palermu na diligazioni di pueti catanisi pi dirimi
davanti a
l’amici ca iu stava ruvinannu ‘a puisia siciliana e ca l’avia a
finiri”. Rovina
o fortuna … a voi e a noi giudicare!
L’invito è dunque
quello di abbandonarsi senza opporre
resistenza alcuna al ritmo, al timbro, alla suggestione di quelle
parole, di quelle
immagini, di quelle formulazioni, al fine di penetrarne il grado delle
invenzioni, gustarne gli approdi lirici, contemplarne l’audacia
riformatrice,
limitando al massimo, all’indispensabile il ricorso alla traduzione in
Italiano,
la quale intende unicamente fornire un supporto a quanti non praticano
il
nostro dialetto. Un dialetto il cui lessico, antico di centinaia di
anni quando
addirittura non di millenni, è sorretto da lemmi di origine greca,
latina, araba
eccetera, che ne comprovano la dovizia, la versatilità, la bellezza:
larunchi (rane),
janchinusu (biancastro), chiuzzu (gufo), risinu (rugiada), schittuni
(uccello
marino), maisi (maggese), fravija (dilaga), ojetra (gabbiano),
stifinija
(ronza), nugghi (zolle), pantacijannu (ansando), solo a mo’ di esempio.
Fugacemente inoltre
richiamiamo: l’uso
esclusivo del “ca” (e non anche “chi”) sia per l’avverbio che per il
pronome
relativo: scopri ca la scugghera, Dia ca di li celi / lu vasa, ju ca
sugnu, lassati
ca l’ultima stidda, ora ca na cricca di suli; l’utilizzo della
preposizione
semplice più l’articolo: ccu li vrazza, di li jaddi, di la paci, a li
faragghiuni, na li notti, na lu focu; la metatesi: struneddu
(stornello) per sturneddu,
sfrimmari (schiudere) per sfirmari, pricciari (bucare) per pirciari.
Bellissimo il
“tanticchia”,
avverbio: un poco, nell’espressione: “Ci pensi Miciu? Eramu tanticchia
/ quannu
scupremu lu mari”. L’avverbio ovvero che, a partire dal significato
proprio di poca
quantità (in questo caso in ordine all’età, alla giovinezza e magari
all’altezza),
si dilata fino a sostantivarsi, ad assumere, quindi, il senso di:
eravamo
piccoli, adolescenti, ragazzi.
E procediamo, scevri
da ogni pretesa di esaustività, riferendo
ulteriori testimonianze circa l’opera,
la persona, la tempra di Carmelo Molino.
Nel fascicolo di
“Galleria” n°5-6 del
settembre-dicembre 1956, Vittorio Clemente scrive: “Ai giorni d’oggi
una
piccola schiera di poeti fra i quali Vann’Antò, Ignazio Buttitta,
Carmelo Molino,
Antonio Saitta, Antonino Cremona e altri, pur rimanendo nello spirito
della
tradizione e del dialetto, ha smitizzato la poesia, riducendola
all’espressione
essenziale delle immagini liriche”;
“Lo conobbi – appunta
Vincenzo Di Maria, nel pezzo “Ricordo
di Carmelo Molino” stampato
sul
numero di ottobre 1993 del “Giornale di poesia siciliana” – nel 1970, nel suo
laboratorio di corniceria [in via
Sant’Euplio a Catania], alto e risolente dietro un doppio spessore di
lenti,
malinconicamente pago dei suoi pittorici fondi marini, immersi in una
surreale
chiaria di trasfigurante liricità rivelativa di interiori trasalimenti.
Mi
salutò allungandomi una mano di ampie proporzioni e aprendo lo sguardo
a un
gesto di benevolenza. Semplice ma non timido, forte di radicate
convinzioni,
Molino perseguiva sobriamente la finalità di rivelare la sua visione
del mondo
con un linguaggio esente da eccessivi languori sentimentali e da aridi
dimagrimenti vittoriniani. Stava accadendo – prosegue Di Maria – che la
crescita della società civile a Catania transitava in quei giorni
attraverso il
complesso tipografico appellato Edigraf, che avevo elevato a funzioni
paladinesche di una cultura libertaria, propugnatrice di una resistenza
accanita contro ogni forma di potere violento, [per cui] fatalmente si
venne all’idea
di ridare un giusto valore alla poesia siciliana. Ermanno Scuderi
s’impegnò ad
adottare, come libro di testo di un corso di studi che teneva presso
l’Istituto
Universitario di Magistero di Catania, un volume sui più noti poeti del
genere,
scritto da me. L’unica condizione posta dal professore Scuderi fu
l’inserimento
fra i cinque dell’apprezzato poeta pachinese Salvatore Di Pietro.
Infine i
prescelti furono: Ignazio Buttitta, Santo Calì, Antonino Cremona,
Salvatore Di Pietro
e Carmelo Molino. La scoperta che feci fu che il più genuino di essi mi
apparve
Carmelo Molino. La materia trattata da Molino non aveva illustri
precedenti,
non aveva modelli imitativi, semmai qualche larvata inflessione
derivata da
Garcia Lorca e da Pablo Neruda. Nell’inciso e nel conciso della
sostanzialità
figurativa, nella sottesa pittoricità, nell’empito di un antico dolore
non
gridato, traspare nei suoi versi ogni vena del suo sentire. Si fa torto
a
Molino quando viene dimenticato”; nel cenacolo denominato Centro d’Arte
e
Poesia Antonino Bulla, nel circolo Arte e folklore di Sicilia e in
altri ambienti
letterari del catanese, Molino si trovò fianco a fianco di autori quali
Nino
Gringeri, Alfredo Danese, Tino Scalia, Giuseppe Pisano, Giovanni
Formisano jr, Enzo
D’Agata, Carmelo Furnari nonché di giovani emergenti quali Augusto
Manna e
Salvo Carlucci. A Carlucci, peraltro, dobbiamo la copia di Curaddi
in nostro possesso e per tale graditissimo omaggio gli
rivolgiamo sentiti ringraziamenti; nell’articolo titolato La
civiltà dei caffé, divulgato nel febbraio 1988 a Palermo sul
numero zero
del rinato “Po’ t’ù cuntu”,
Salvatore Di Marco registra: “Negli anni Cinquanta c’era a Palermo, in
via Roma
quasi all’altezza dell’incrocio con il Corso Vittorio Emanuele, uno dei
caffè
Caflish. Al piano superiore, una saletta con sedie e tavolini. Ebbene,
in quel
luogo e per anni – sicuramente dal 1954 al 1958 – nella mattinata di
tutte le
domeniche si riunivano i poeti del Gruppo Alessio Di Giovanni.
Frequentatori
erano, oltre a chi scrive, Ugo Ammannato, Pietro Tamburello, Miano
Conti,
Gianni Varvaro e altri. Vi arrivavano spesso Ignazio Buttitta da
Bagheria,
Elvezio Petix da Casteldaccia, Antonino Cremona da Agrigento e
Salvatore Di
Pietro e Carmelo Molino da Catania: insomma, i personaggi più
significativi
allora della nuova poesia siciliana. In quegli incontri si leggevano
poesie, si
parlava del dialetto siciliano, si discuteva di letteratura e di
politica”.
Nel medesimo anno
1988 Enzo
D’Agata cura, su “Arte e folklore di Sicilia”, la pagina delle liriche
siciliane. Fra gli autori che egli ospita: Carmelo Gagliano, Turi Lima,
Giuseppe Nicolosi Scandurra, Peppino Denaro, Antonio E. Baglio, Carmelo
Molino,
Salvatore Di Pietro, Gianni Varvaro; il Manifesto
della nuova poesia siciliana riporta
un servizio di Antonino Cremona relativo al III Convegno di poeti e
scrittori
siciliani in dialetto tenutosi nelle giornate del 29 settembre e 2
ottobre 1983
e del 27 maggio1984 a Valverde (CT) e segnala un saggio di Edocle
Lessini su
sei poeti: Salvatore Camilleri, Enzo D’Agata, Salvatore Di Pietro, Paolo Messina, Elvezio Petix e, ovviamente, Carmelo
Molino; Nino Marzà – l’asserzione è di Carmelo Furnari – conduceva
negli anni Ottanta
a Catania, presso la locale Radio Europa, un programma di lettura di
poesie. Carmelo
Molino acconsentì che gli dedicasse un’intera trasmissione a condizione
che a
leggere i suoi testi fosse, giusto, Carmelo Furnari. Per
ultimo, un episodio noto a Catania che Lia Mauceri raccoglie e
diffonde in prefazione al volume Sutta
lu canavazzu di lu celu di Augusto
Manna del 2009:
“In un incontro alla
Villa
Bellini, il Molino chiacchierava di poesia con Giovanni Isaia. Quando
Manna
[che pure conosceva Curaddi, intervenendo]
gli chiese cosa ne pensasse dei suoi due libretti [Paroli e
rosi e Rosi e risati,
del 1966-1967] gli consigliò di bruciarli. Ma Manna, giovane, inesperto
e un
po’ impertinente replicò: “Ma lei, mi scusi, nascìu nsignatu?”. E il
Molino:
“No, caru Manna, ma iù li mei primi cosi li bruciai! Lei avi a capiri
ca ci su’
Puisii e puisei.”
Da allora, tra quei
contemporanei, il termine “puisei”, coniato in quel frangente da
Molino, assunse
la connotazione di versificazione di poco conto.
Nel libro degli
emblemi alchemici Atalanta fugiens (1618) c’è
l’illustrazione
di un pesce che porta coralli rossi e bianchi fuori dai flutti del
mare: è il
simbolo della “materia prima” già disponibile per l’uso ma ancora non
fissata
nell’aria. Ecco: la poesia di Carmelo Molino crediamo sia stato il
contributo
di questo “sicuro poeta” acciocché la “materia prima indistinta già
disponibile”
potesse essere fissata nell’“ariu novu” del rinnovamento della poesia
dialettale
siciliana.
